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Israele e Palestina: due Stati cooperanti (ma speriamo in una loro trasformazione ed estinzione grazie all’autogestione dialogica dal basso)

(sotto riportati anche: 1) sondaggio di Ilvo Diamanti illustrato su la Repubblica del 17 novembre 2023; 2) Raniero La Valle intervistato da Degiovannangeli su l'Unità del 16 novembre 2023 ; 3) Marco Alloni sul Fatto Quotidiano del 15 novembre 2023)

Nel mentre ci stiamo organizzando, in quanto membri ICAN, per contribuire, dal 27 novembre al 1° dicembre, con un working paper ufficiale, alla Conferenza di New York sulla proibizione delle armi nucleari (saremo rappresentati da Sandro Ciani) , abbiamo lanciato, Disarmisti esigenti & partners, la proposta di un Comitato per liberare Marwan Barghouti.  Questa idea la abbiamo presentata come un contributo a fare tacere le armi nel conflitto israelo-palestinese, svuotando i giacimenti di odio razzista in perenne coltivazione. “"La parola deve essere riconsegnata a una politica che sappia dialogare grazie a leader ragionevoli (dai due lati del fronte – ndr) e disponibili a mettersi a discutere intorno a un tavolo".

(si vada su: https://www.petizioni24.com/barghouti_libero).

rif. Alfonso Navarra (cell. 340-0736871) ed Ennio Cabiddu (cell. 366-6535384) - Milano 11 novembre 2023

Primi firmatari: Maria Carla Biavati - Ginevra Bompiani - Daniele Barbi - Giovanna Cifoletti - Sandra Cangemi - Ada Donno - Alessandro Capuzzo Mario Di Padova - Cosimo Forleo -Sandro De Toni - Luigi Mosca - Roberto Morea - Roberto Musacchio - Teresa Lapis - Enrica Lomazzi - Paola Mancinelli - Antonella Nappi -  Francesco Lo Cascio - Tiziano Cardosi - Angelo Cifatte - Paolo Grillo - Vittorio Pallotti - Tommaso Sodano - Elio Pagani - Olivier Turquet- Guido Viale 

La nostra iniziativa di costruzione del Comitato Barghouti vorrebbe coinvolgere, in quanto membri War Resisters International (WRI), gli obiettori israeliani nella opposizione alla guerra in corso intervenendo sul caso dei giovani ebrei russi scappati dal fronte ucraino. In Israele dove si sono rifugiati ora rischiano di essere arruolati a forza e mandati a combattere a Gaza: dalla padella nella brace.

Dal 4 al 10 dicembre la campagna Object War, di cui la WRI è co-promotrice, invita all’azione per sostenere gli obiettori di coscienza e i disertori provenienti da Russia, Bielorussia e Ucraina. La nostra idea è: potremmo prendere dei giovani russi e portarli da Tel Aviv in Italia per ospitarli ed aiutarli ad ottenere l’asilo politico cui avrebbero diritto. Questo accadrebbe nel 50ennale della fondazione della Lega Obiettori di coscienza che celebreremo con un murales illustrante “Il disertore di Boris Vian” di fronte alla sede nazionale di Milano (incrocio via Pichi, via Gola).

Per acquistare profondità strategica, proviamo ora ad affrontare, prendendo come spunto due interventi, uno dello studioso di politica Franco Ferrari e l’altro del sociologo ecologista Guido Viale, una questione legata all’attualità politica che riteniamo di importanza decisiva: quale deve essere la prospettiva perseguita dal movimento per la pace nel conflitto israeliani-palestinesi-arabi: quella della formula “due popoli, due Stati” oppure lo Stato unico binazionale in Palestina? O ci sono altre possibili soluzioni da sperimentare?

Ne discutiamo online, anche con scopi formativi, venerdì 17 novembre dalle ore 18:00 alle ore 20:00, su un incontro zoom la cui registrazione sarà disponibile sull’archivio web di Radio Nuova Resistenza.

Questo il link per partecipare:

https://us06web.zoom.us/j/87543174880?pwd=mB5h4WXwk3UiGCp2poGOZzHEwzLFaC.1

Possiamo anticipare un presupposto dei ragionamenti che andremo a svolgere. Se fossero in buona parte valide ed integrabili, come a noi sembra, le considerazioni che andremo a sintetizzare, cioè, sia quelle di Ferrari che quelle di Viale, altri approcci apparirebbero colmi sì di buone intenzioni ma anche forieri di rischiose strumentalizzazioni e conseguenze politiche negative, proprio perché astratti e fuori dal contesto storico. Ci riferiamo ad altri slogan e appelli che sognano, probabilmente in modo non meditato, quale soluzione politica al conflitto in corso, “un unico Stato” nella regione geografica palestinese. Anche se invitano ad “uscire dalla gabbia attuale” e auspicano di poggiare, giustamente, “sull'uguaglianza delle persone a prescindere dalla loro appartenenza e dal loro credo religioso”, spesso vivono la contraddizione di non parlare poi in concreto di diritti umani, sociali e culturali già violati e da difendere nel presente.

Non ha senso, in questo momento storico, ed è comunque del tutto dubbio che abbia un senso pacificatore, malgrado la motivazione della tensione utopica verso la pace, mettere sostanzialmente in discussione il diritto alla esistenza separata dello Stato di Israele. Questo sottinteso va esplicitato e, con dispiacere, non avallato, a maggior ragione se si ha chiaro il concetto gandhiano della “bellezza del compromesso”: si lavora non per la pace “giusta” (ogni attore ha il suo concetto di “giustizia”, negarlo è di per sé violenza) ma per la pace possibile, in quanto, ci si perdoni il ricorso a degli slogan , “la pace è la via” e “non c’è giustizia senza pace”.

Facciamo mente locale e vediamo di cogliere quello che al buon senso dovrebbe mostrarsi come evidente: vi pare che vi siano le basi di un dialogo per la pace se A dice a B: "Tu non dovresti esistere, anzi proprio non esisti", e B si pone nei confronti di A con il medesimo disconoscimento esistenziale?

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Secondo Franco Ferrari (si vada su: https://transform-italia.it/stato-bi-nazionale-o-due-stati-per-due-popoli-quale-soluzione-per-la-palestina/ ), per rispondere all’alternativa: due o un solo Stato?, ci sono due questioni di principio da assumere in premessa.

La prima è il rifiuto degli stati etnici, la seconda è il riconoscimento e l’applicazione del diritto all’autodeterminazione dei popoli.

Benché Israele nasca come“fatto coloniale”, non c’è dubbio che oggi gli israeliani siano un “popolo” che insiste su un territorio e come tale debba avvalersi del principio di autodeterminazione. Lo stesso evidentemente vale per i palestinesi e questo è un diritto, non una concessione subordinata al fatto che i palestinesi si “comportino bene”. Per molti israeliani, per loro natura, i palestinesi non possono “comportarsi bene” e quindi non potranno mai avere il “premio” dello Stato sovrano.

Oggi l’ipotesi dei “due popoli, due Stati” è fortemente indebolita, come dicono tutti gli osservatori onesti, dalle politiche israeliane, dalle politiche di annessione della parte araba di Gerusalemme est e dagli insediamenti di 700.000 coloni (sul numero esatto ci sono valutazioni diverse) nei territori occupati nel ’67. (…) Non si vede però come questi ostacoli svaniscano nell’ipotesi dello Stato unico.

D’altra parte, l’esistenza di due Stati non implica affatto l’esclusione di forme possibili, in un futuro che appare molto lontano, di confederazione o addirittura di unificazione in un unico Stato. Al momento però questa ipotesi appare ancora più difficile della realizzazione dei due Stati. Pensiamo alla difficoltà di coesistenza tra protestanti e cattolici nell’Irlanda del Nord e quanto lungo sia il percorso di una possibile riunificazione dell’isola in un unico Stato. Ancora oggi i protestanti celebrano la battaglia di Boyne del 1690 nella quale Guglielmo d’Orange sconfisse il cattolico Giacomo II.

I conflitti etnici, soprattutto quando sono stati caratterizzati da un elevato grado di violenza, e si mescolano ad altri elementi come quelli religiosi (chi può mettere in discussione il possesso di una terra se te l’ha promessa dio in persona?), possono richiedere tempi lunghi per essere riassorbiti e solo se cambiano gli aspetti strutturali e non solo quelli ideologici e di senso comune. La soluzione dei due Stati ha ancora alcuni vantaggi. Corrisponde alla soluzione legittimata dalle disposizioni dell’Onu. Ha il sostegno, almeno a parole, di tutte le maggiori potenze ed è quella che corrisponde al principio di autodeterminazione dei due popoli. Che poi venga utilizzata, come denunciano i comunisti israeliani, solo per coprire ipocritamente la realtà di fatto dell’occupazione israeliana è incontestabile ma non sufficiente per escluderla.

Dal punto di vista palestinese gli ostacoli principali sono rappresentati dalla debole rappresentatività e dalla mancanza di una strategia dell’ANP per uscire dallo stallo in cui si trova (e forse anche dalla volontà di farlo) e dalla divisione che si è prodotta tra Fatah e Hamas. Senza una ricomposizione unitaria su una linea chiara e realistica del movimento di liberazione nazionale palestinese, l’unico Stato realmente esistente e che tale resterà per un lungo su tutto il territorio della Palestina storica tempo, non può che essere quello israeliano che dispone della forza e della brutale determinazione necessaria ad imporra la propria soluzione”.

Guido Viale interviene nel dibattito con una proposta che può rompere molti degli schemi, diventati inamovibili per abitudine, che concepiscono la convivenza tra popoli solo in termini di rapporti di vertice definiti dalla dimensione statuale. (Si vada su: https://www.pressenza.com/it/2023/10/israele-e-palestina-due-stati-uno-o-nessuno/).

“(Si può invece immaginare il rapporto tra gruppi umani distinti nella forma di una estinzione degli apparati statali) a favore di una democrazia “dal basso” e confederale, che metta al centro i bisogni e le aspirazioni di ogni sua comunità.

Può sembrare un’utopia, ma bisogna cominciare a parlarne e non solo a proposito di Israele e della Palestina. Il Rojava dimostra che è una strada percorribile. Certo un intervento della “comunità internazionale” (un’entità che esiste sempre meno) a tutela dei diritti e dell’incolumità di tutte le comunità sarebbe indispensabile, ma lo sarebbe anche nel caso che si optasse seriamente per le soluzioni dei due o di un solo Stato.

Si tratterebbe in ogni caso non di un’utopia, ma di un esperimento anticipatore di soluzioni da riproporre in tutte le situazioni sempre più numerose di conflitto e di crisi “interetnica”. Un “esperimento” senza il quale il mondo sembra destinato a farsi seppellire dalle guerre o ad autodistruggersi per aver trascurato la minaccia che incombe su tutti più di ogni altra: quella del collasso climatico. La globalizzazione senza Stati è già stata in gran parte realizzata dalla finanza internazionale. Adesso è ora che a perseguirla siano invece i popoli.

Senza pretendere di essere esaustivi, i passi che nella situazione concreta sono ineludibili mi sembrano essere:

  • L’abbattimento delle barriere fisiche e di controllo su tutti i territori;
  • L’istituzione di una Commissione mista per la Verità e la Riconciliazione sull’esempio di quella messa in atto in Sudafrica;
  • La presa in consegna da parte di una commissione internazionale di tutti gli armamenti noti di entrambe le parti: dai kalashnikov all’atomica (molti sfuggiranno al controllo, ma si tratta di un work in progress);
  • La promozione di milizie miste per mantenere l’ordine pubblico composta di individui disposti a farne parte e a rispettarne le finalità;
  • La promozione di comunità miste tra tutte quelle reti che già ora ritengono di poter svolgere un lavoro comune (e tra queste un ruolo di primo piano spetta fin da subito alle donne);
  • La consegna a ogni comunità di territori sufficienti a garantirne la sopravvivenza;
  • Lo stanziamento di ingenti finanziamenti internazionali sotto un controllo congiunto degli enti donatori e dei rappresentanti delle due comunità.

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Segnaliamo un importante articolo a pagina 13 di la Repubblica del 17 novembre 2023. Ci riferiamo al sondaggio di Demos illustrato da Ilvo Diamanti. Titolo: "Tutti contro Hamas ma la guerra divide l'Italia. 3 su 4 vogliono due Stati". È il buon senso popolare che porta la stragrande maggioranza degli italiani a sostenere il progetto dei due stati indipendenti che garantiscano al popolo israeliano e a quello palestinese cittadinanza e legittimità.  "Una scelta secondo gran parte dei cittadini da perseguire "senza prendere parte ". Per garantire diritti e poteri a entrambi i popoli"...

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MAPPE. Tutti contro Hamas. Ma la guerra divide l'Italia: 3 su 4 vogliono i due Stati.

Gli elettori dei partiti di centro-sinistra condannano il 7 ottobre ma criticano anche lo Stato ebraico
di Ilvo Diamanti
 
Viviamo in tempi inquieti.  Segnati e scossi da guerre che agitano il contesto globale. E indeboliscono il nostro senso di sicurezza. Ormai orientato, rapidamente, verso l’in-sicurezza. Il recente sondaggio condotto da Demos lascia pochi dubbi al proposito. Il 53% degli italiani si dice, infatti, “molto” preoccupato del conflitto, innescato, il mattino del 7 ottobre, dall’attacco lanciato da Hamas contro Israele. Mentre un ulteriore 36% si dichiara “abbastanza” preoccupato. Circa 9 italiani su 10, dunque, denunciano un senso di preoccupazione per questa guerra. Che sentono vicina, incombente. Anche se si combatte a circa 4.000 chilometri dall’Italia. Una distanza rilevante, ma non troppo. Perché le armi e gli strumenti di guerra agiscono e re-agiscono a distanze anche maggiori. Inoltre, le tecnologie della comunicazione superano ogni distanza. E i media raccontano la guerra in diretta. In quanto “la paura fa spettacolo”. Attira e moltiplica l’attenzione delle persone. Alza gli indici di ascolto. Così lo spettacolo della guerra e della paura prosegue. Senza soluzione di continuità.
D’altronde, il conflitto che ha sconvolto l’area israelo-palestinese si affianca all’invasione della Russia in Ucraina nel febbraio 2022. Provocando una guerra che prosegue. In modo drammatico. Non lontano dai nostri confini. E continua a generare grande preoccupazione. In misura di poco inferiore rispetto a quanto avviene in Israele. Il sentimento degli italiani (e non solo...) è, quindi, attraversato da grandi tensioni. Provocate e alimentate da guerre che proseguono (e si inseguono). A conferma che viviamo una fase di instabilità globale. 
D’altra parte, queste guerre vedono protagoniste, in diversa misura e con ruoli diversi, due grandi potenze globali. Gli Usa e la Russia. Mentre la Cina è presente, sullo sfondo. Anche l’Europa è attenta. Coinvolta. Necessariamente. Nel caso dell’Ucraina, in particolare, è il teatro di guerra. Ma non riesce ad imporre il proprio ruolo quanto dovrebbe. Proprio perché è parte in causa. 
Così, gli italiani, come mostra il sondaggio di Demos, esprimono opinioni e (ri)sentimenti di segno diverso. Ma, inevitabilmente, di grande preoccupazione. Di fronte all'attacco di Hamas, la condanna appare pressoché unanime. Tuttavia, una parte molto ampia dei cittadini (il 44%) rileva e sottolinea come anche Israele abbia delle responsabilità. Questa opinione appare particolarmente estesa - e diviene maggioritaria - fra gli elettori di centrosinistra e del M5s. Mentre fra chi vota per i partiti di centro-destra, per quanto le responsabilità di Israele vengano denunciate con chiarezza, prevale la condanna di Hamas.
Appare comunque larghissima, fra i cittadini, la richiesta di sostenere il progetto dei due Stati indipendenti, che garantiscano al popolo israeliano e palestinese cittadinanza e legittimità. Una scelta, secondo gran parte di cittadini, da perseguire senza “prendere parte”. Per garantire diritti e poteri a entrambi i popoli. Questa soluzione viene indicata, come prioritaria, da circa 3 persone su 4. Mentre componenti molto più limitate, per quanto significative, ritengono più importante sostenere le ragioni specifiche del popolo palestinese e/o israeliano.
I due terzi del campione, comunque, auspicano che, per favorire la soluzione del conflitto, “il governo riconosca lo Stato indipendente paleestinese”. Mentre il 40% considera prioritario “sostenere Israele, insieme agli Usa e all’Occidente”. C’è, quindi, una quota significativa di cittadini, il 32%, che vorrebbe perseguire entrambe le soluzioni ritenendole “complementari”, o in grado di rafforzarsi reciprocamente.
Le posizioni principali, comunque, assumono un differente peso fra gli elettori, in base alla loro posizione nello spazio politico. A centro-sinistra si dà maggiore importanza al sostegno dello Stato palestinese, molto meno al sostegno di Israele. Una prospettiva che ottiene, invece, maggiore consenso fra gli elettori di centro-destra.
Il mondo, quindi, non appare più un’entità lontana e astratta. Al contrario, assume contorni e colori ben definiti. Utili a segnare i confini delle zone critiche. I contorni delle nostre paure. In questo modo, avvicina Paesi che, un tempo, poco tempo fa, apparivano lontani. Incolori. Mentre ora sono divenuti molto più vicini. E danno un colore e una posizione alle nostre paure. 

 

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Qui di seguito l'intervista a Raniero La Valle uscita il 16.11.23 sull'Unità

“L’Europa scelga da che parte stare: con gli USA o con la pace”, parla Raniero La Valle

intervistato da Umberto De Giovannangeli
La tragedia di Gaza e i balbettii della sinistra. Un tema scomodo. Ne discutiamo
con Raniero La Valle, scrittore, saggista, politico.
Nei giorni scorsi l’Unità ha scritto, a commento della manifestazione di Roma del Pd:
“Ascoltare per circa due ore i discorsi a piazza del Popolo, nei quali si affrontavano
questioni serissime, che io conosco bene, ma senza neanche accennare alla guerra e al genocidio del popolo della Palestina, faceva male”. Perché questa sottovalutazione, perché questi balbettii a sinistra?
Non so perché l’attenzione, l’impegno, il coinvolgimento di quelli che oggi sono considerati o passano per partiti di sinistra, sia meno forte, consapevole di quanto lo fosse in passato. Io so solo una cosa...
Quale?

Che nel passato il tema della pace, del rapporto tra le potenze, dell’ordine del mondo era un grande movente della politica e delle scelte della sinistra, in particolare del Pci. La pace, una visione del mondo e delle relazioni internazionali, non solo avevano un ruolo centrale nella proposta politica ed anche elettorale del Partito comunista ma aveva anche un grande riscontro elettorale. C’era moltissima gente che senza aderire alla prospettiva generale, complessiva, del comunismo, del socialismo, del superamento del capitalismo, cose più specifiche e per ciascuno magari più importanti, rispetto alla pace e alle relazioni internazionali, tra i popoli e non soltanto tra gli stati, orientava il suo voto, le sue scelte verso i partiti di sinistra aldilà delle opzioni ideologiche o politiche. La stessa Sinistra indipendente, che è stata l’esperienza politica che noi abbiamo fatto anche con molti cattolici, valdesi, democratici non credenti, era in gran parte fondata sulla convergenza,sulla condivisione dei temi della politica estera. E da questa considerazione discende la

domanda vera...
Vale a dire?
Che cosa c’era allora in gioco? Perché questo suscitava un coinvolgimento che invece oggi non esiste?
Le sue di risposte?
Al fondo c’erano due grandi questioni. La prima, era il pericolo di una guerra mondiale nucleare. Da pochi anni eravamo usciti dalla esperienza spaventosa della Seconda guerra mondiale, a cui si era aggiunto lo scempio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Lo spettro di un nuovo conflitto mondiale, addirittura nucleare, era qualcosa che determinava i comportamenti non solo delle opinioni pubbliche ma anche dei governi. Era un periodo in cui per definizione la guerra non si doveva fare. Anche le grandi potenze erano tutte all’interno di questa cultura, secondo cui si doveva evitare la guerra, anche se non era per ragioni etiche o umanitarie, però c’era questa idea che la guerra non si poteva fare. Il coinvolgimento dell’opinione pubblica era in questo senso: la guerra non si deve fare. E questo era già una ragione di un impegno nei confronti della politica estera.
E la seconda ragione?

Era che in quel momento, all’interno di questo grande problema generale della guerra mondiale, c’era un mondo in ebollizione. C’erano molti paesi, molti popoli che erano in via di liberazione, che si battevano eroicamente per raggiungere questo obiettivo, per realizzare questo sogno. C’era una spinta molto forte di solidarietà, di coinvolgimento, di partecipazione alle lotte di questi popoli. Quale era, ecco un’altra domanda cruciale, la ragione per cui in Italia c’era questa forma di compartecipazione politica con i partiti della sinistra, in particolare con il Pci. La ragione la direi così. Perché quello che vigeva in Italia era, in qualche modo, l’obbedienza allo schieramento atlantico, all’alleanza con gli Stati Uniti, che aveva le sue ragioni politiche ma non poteva determinare qualsiasi comportamento. E allora il punto di una possibilità di una scelta diversa, di un’alternativa, di un appoggio alle lotte dei movimenti di liberazione anche contro i vecchi imperialismi, era

qualche cosa che portava ad una scelta di sinistra. Lì c’era stato il grande catalizzatore della guerra del Vietnam. Guerra apparsa come una prepotenza, una prevaricazione degli Stati Uniti contro un popolo di cui si riconosceva la dignità, il valore della sua lotta di liberazione, il diritto ad autodeterminarsi anche al di fuori dell’area delle grandi potenze. L’appoggio spontaneo nei confronti di questa lotta era molto forte.
E poi cosa è accaduto?
E’ accaduto che con la fine della Guerra fredda e dei blocchi, quella guerra che era stata esorcizzata da tutti, comprese le grandi potenze, e considerata proscritta, è stata invece rapidamente riabilitata, è stata recuperata. L’idea della guerra che aveva sempre determinato i rapporti internazionali, che per quei decenni era stata per così dire congelata, viene rapidamente ripristinata e riguadagnata in particolare dagli Stati Uniti che ne hanno fatto il modello per la guerra contro l’Iraq, la guerra del Golfo, la cosiddetta guerra umanitaria, per la democrazia.
C’è stata questa riabilitazione della guerra. E d’allora sono ricominciate le guerre
convenzionali che prima anch’esse erano considerate non possibili all’interno di quella situazione generale di contrasto tra blocchi e di rischio di guerra atomica. Questa riabilitazione della guerra è diventata opinione comune. Si accetta tranquillamente che si faccia una guerra dopo l’altra, e anche quelle che erano state lotte di liberazione sono oggi abbandonate.
Ad esempio?
L’esempio più attuale e drammatico.  La Palestina. Pur all’interno dello schieramento atlantico dell’Italia, era stato un grande tema di un’autonomia della politica estera italiana. Ricordo Andreotti, la Dc, per non restare solo nell’ambito dei partiti della sinistra. Anche all’interno di una solidarietà verso Israele, c’era questa aspirazione ad una soluzione del problema palestinese nei termini di una realizzazione della loro autonomia, della loro libertà e statualità. Oggi tutto questo appare finito. Triste ma vero. Purtroppo.
Per restare alla tragedia di Gaza. A me torna in mente un’affermazione molto forte di un grande intellettuale palestinese scomparso, Edward Said: “La tragedia di noi palestinesi è di essere vittime delle vittime”. Fino a quando il comportamento d’Israele viene da tutti in qualche modo avallato solo in forza del ricordo della Shoah, questo provoca un congelamento del giudizio politico, determina una impossibilità di fare una scelta che possa essere produttiva di conseguenze positive nella vita internazionale.

ll problema di superare il condizionamento assoluto che produce il ricordo della Shoah, di quell’immane genocidio, vale non solamente per le opinioni pubbliche, che si sentono in obbligo di dimostrare continuamente la propria solidarietà col popolo ebraico reduce dai campi di sterminio, ma è qualche cosa che travaglia lo stesso pensiero ebraico, di molti intellettuali, filosofi, scrittori, storici, rabbini, esponenti autorevoli del mondo ebraico e perfino d’Israele. Per restare all’Italia, pensiamo, ad esempio, alla posizione di Bruno Segre: non possiamo essere schiavi della memoria della Shoah. Questa memoria, era il suo messaggio, è produttiva e utile solamente se ci esorta a creare un mondo diverso, un mondo dove le vittime di ieri non diventino i carnefici di oggi, non si alimentino col dolore delle vittime di oggi. Ma nel senso in cui si fa in modo che nessuno debba essere vittima. C’è un

articolo molto bello pubblicato su Haaretz da un grande intellettuale, filosofo israeliano, Yehuda Elkana, in cui dice: ci sono nella società israeliana due atteggiamenti nei confronti della Shoah, uno è di quelli che dicono che questa cosa non deve accadere mai più. E altri che dicono questa cosa non deve accaderci mai più. Lui dice io sono con i primi e credo che la seconda posizione è una posizione che ci porta alla catastrofe. Io penso che qui ci sia una lettura molto giusta ed illuminata della situazione dell’Israele di oggi che poi produce le catastrofi. Se si pensa solamente al fatto che si debba preservare soltanto se stessi dalla
catastrofe e non anche gli altri, questo porta una rottura del rapporto pacifico e del
riconoscimento dei diritti altrui.
Molto si è banalizzato sul tentativo di diversi esponenti del mondo della cultura, prim’ancora della politica, di dar vita, per le prossime elezioni europee, ad una lista per la pace, che la vede coinvolto.

Il problema è riuscire ad influire sull’identità e sulle scelte politiche dell’Europa. Il vero problema non è tanto chi rappresenta i singoli paesi nel Parlamento, quanto che si riesca ad imprimere un indirizzo diverso alla soggettività, alla coscienza di sé, al ruolo che l’Europa deve avere nel mondo. Se oggi c’è da costruire un ordinamento mondiale che non sia fondato su un sistema di guerra ma lo sia un sistema di pace, l’Europa deve avere un ruolo, una soggettività sul piano internazionale per portare i suoi alleati ma anche i suoi avversari

su posizioni in grado di costruire un vero ordine mondiale pacifico. Di questo si tratta. Oggi ci sono due concezioni che si contrappongono: una è quella che sta scritta in tutti i documenti ufficiali della strategia americana, secondo cui il mondo è un luogo di competizione globale, in cui qualcuno deve vincere sugli altri, e naturalmente gli Stati Uniti si propongono come quelli che devono vincere questa partita e per questo accumulano armamenti, hanno il bilancio delle spese militari più ingente di qualsiasi altro paese al mondo. E poi c’è un’altra idea secondo cui non è affatto detto che la pluralità degli stati o delle potenze debba manifestarsi unicamente attraverso una lotta degli uni contro gli altri per la prevalenza dell’uno o dell’altro, per quella che potrebbe essere una egemonia ma che poi diventa di fatto una forma di dominio imperiale. Non è scritto da nessuna parte che debba essere così. L’ordine fondato sulla competizione, sulla ricerca della creazione di un unico impero, è un ordine micidiale che necessariamente porta alla guerra. Mentre un ordine pluralistico, multilaterale, che riconosce la varietà delle culture, delle tradizioni, degli ordinamenti giuridici, è l’unico ordine possibile per un mondo integrato, tecnologizzato come è quello di oggi.

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Qui un intervento di Marco Alloni

“DUE POPOLI, DUE STATI”. SÌ, MA DOPO? da IL FATTO QUOTIDIANO 15 novembre 2023

Poche, ma autorevoli voci hanno richiamato in questi giorni l’attenzione sul fatto che “estremismo produce estremismo”, ovvero che alimentare la disperazione palestinese equivale di fatto a fortificare Hamas. La domanda supera allora il piano morale e diventa geostrategica: a chi conviene tale estremismo, a parte le leadership di Netanyahu e Hamas? A nessuno, naturalmente. Ma a questo punto c’è da chiedersi: laddove è inverosimile figurarsi nei due estremismi una “miopia politica” tale da trascurare i propri effetti, a cosa mira realmente l’oltranzismo di quei due fronti?

Nel dibattito in corso una valutazione prospettica è quasi del tutto assente, essendo il leit-motiv dei moderati, secondo un ritornello che si ripete dagli accordi di Oslo in avanti: “Non esisterà pace se non nel rispetto delle reiterate risoluzioni delle Nazioni Unite e nella configurazione di due Stati indipendenti”. Vale a dire: “Senza il ritiro di Israele dai territori occupati nel 1967, il conflitto sarà destinato a protrarsi in eterno”.

A fronte di questa trasversale ragionevolezza si pone però, in controcanto, oltre alla sistematica disattesa dei suddetti accordi da parte dei governi israeliani di Netanyahu, un’incognita terrificante, a cui i due estremismi prestano orecchio dal tempo dell’appello del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser a “buttare a mare gli ebrei”: e poi? Un richiamo all’intransigenza radicale che potrebbe essere declinato in un perentorio: quand’anche si giungesse alla soluzione di “due popoli, due Stati”, quale nuova minaccia tornerebbe a incombere su entrambi?

È la domanda sottaciuta che motiva Hamas non meno del Likud. Quasi nessuno, in Palestina, dopo 80 anni di suprematismo militare israeliano, crede all’ipotesi di un vicinato e di uno status quo pacifici e duraturi. Lo auspicano, ma non lo credono. Ma soprattutto quasi nessuno, in Israele, nel “non detto” e nei terrori dell’inconscio, crede che la partita con gli arabi potrà finire con la concessione di uno Stato sovrano ai palestinesi. E questo perché la “anomalia Israele”, di fatto funzionale alla fitna (“sedizione”) che da decenni gli Usa promuovono in Medio Oriente, non potrà essere sradicata se non nella prospettiva, utopistica e negletta da ogni Realpolitik, che nuove “strutture dell’immaginario” prendano vita in Terra Santa. Le stesse strutture che i grandi interessi del potere – ormai potere del capitale – hanno bandito dal proprio vocabolario: riconoscimento della radice semitico-abramitica che sottende ai tre monoteismi, etica del disarmo incondizionato, riabilitazione di una condivisa “antropologia delle differenze” e superamento della subordinazione alla bellicistica Pax Americana.

Siamo pronti a credere in uno scenario di questa natura? Purtroppo no. Perché è nell’ordine delle aberrazioni del capitale favorire la contrapposizione e ostacolare ogni possibile lavorìo nel segno della lungimiranza filosofica e morale.

È vero, anche la stampa rimuove spesso tali voci dal discorso per alimentare l’unico lettorato residuo, quello delle “tifoserie del contingente”. Ma allora non resta se non scegliere a quale Apocalisse votarsi. E laddove, all’angolo, alitano le brame di Iran, Cina, Russia, Nato e Stati Uniti, è doveroso domandarsi: davvero ci importerà un giorno tifare per l’Ecatombe invece che per l’Uomo?

Un Comitato per la liberazione di Marwan Barghouti

Proposta dei Disarmisti esigenti «dalla parte della pace»

La guerra deve essere espulsa dalla Storia ed è sempre una sconfitta per tutti. Non esistono più guerre giuste, se mai ve ne fossero state in passato (forse abbiamo avuto guerre "necessarie", non "giuste": e i due concetti vanno distinti).

Per questa sacrosanta causa della pace noi sottoscritte/i, da coinvolti in quanto donne e uomini pacifici, ci si scusi il termine, pretendiamo, volente o nolente, Barghouti libero, esigiamo che Israele lo liberi, che la grazia promessa gli sia immediatamente concessa.

E ci impegniamo a costituire un Comitato che persegua con determinazione lo scopo.

Di seguito la bozza di appello che sarà discussa nell'incontro online convocato su piattaforma Zoom.

Ecco il link per partecipare:

https://us06web.zoom.us/j/82871265378?pwd=7Q52CEOevLtMuvN6vaY9Ay2IshbW9S.1

Appello per la liberazione di Marwan Barghouti - Costituzione di un comitato che persegua l'obiettivo

bozza che discutiamo venerdi 3 novembre 2023 on line

Marwan Barghouti, nato a Ramallah nel 1959, è chiamato il Nelson Mandela palestinese: è stato varie volte nelle prigioni israeliane - la prima volta 18enne nel 1976 - e ormai consecutivamente da oltre 20 anni.
Così definisce sé stesso: "Sono un normale uomo della strada palestinese, che sostiene la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendermi in assenza di ogni altro aiuto che possa venirmi da altre parti”.
E' uno dei leader della prima Intifada delle pietre nel 1987, e - in West Bank - della seconda Intifada detta di Al-Aqsa del 2000; e del gruppo afferente ad al-Fatah, Tanzim.
Dopo gli accordi di Oslo del 1994 è eletto, nel 1996, nel Consiglio legislativo palestinese, in cui si è battuto per difendere il processo di pace tracciato dagli accordi citati: i "due popoli, due Stati".
Nel 2004 un tribunale israeliano lo ha condannato per cinque omicidi provocati da un gruppo armato, e di tre altri attentati.
Barghouti si è sempre dichiarato innocente dei capi d'imputazione elevati contro di lui.
Non c'è ragione per non credergli, ed Amnesty gli crede.

Dal nostro punto di vista - innocente del tutto o solo in parte, che elementi abbiamo e chi siamo per giudicare? - è decisivo prendere nota che, se si candidasse alle elezioni presidenziali per la Palestina, sondaggi americani lo danno per vincente nella stessa Striscia di Gaza, oltre che nella Cisgiordania amministrata dall'OLP.
Stiamo parlando di un leader amato e rispettato dai palestinesi, come appunto lo era Nelson Mandela dai sudafricani.
Non un pacifista identitario (ma neanche Mandela con l'ANC lo era) ma una persona sicuramente non fanatica, non accecata dall'odio, non votata all'occhio per occhio, che rende cieco il mondo. Insomma, non un fondamentalista invasato, che dall'una e dall'altra parte del conflitto, si sia nella posizione del gruppo umano dominante o meno, sono i peggiori nemici dei popoli che pretendono di rappresentare.

Già, nel 2007, gli era stata promessa la grazia da parte di Shimon Perez, ora riteniamo che questa promessa vada rispettata da parte del presidente in carica di Israele, Isaac Herzog.
Noi, esponenti della società civile italiana ed europea, esigiamo che la promessa di Perez sia rispettata subito!
Chiediamo che Israele, con le sue istituzioni, compia un atto intelligente che contribuirà a togliere la parola alle armi e a svuotare i giacimenti di odio razzista in perenne coltivazione.
Diamo la possibilità ai palestinesi di votare un leader che possa guidarli al dialogo e alla pace possibile.
Così, con gli abissi di orrore e di terrore cui stiamo assistendo, non si può andare avanti, è ora di una svolta concreta per fare finire le ostilità nella regione!
Le armi devono tacere e la parola deve essere riconsegnata a una politica che sappia dialogare grazie a leader ragionevoli e dialoganti.

Sappiamo che Barghouti, in linea con la sua dirittura morale, non vuole essere liberato da solo ed oggi, rinchiusi nelle carceri israeliane, ci sarebbero migliaia di palestinesi, forse 6.000, tra i quali 550 ergastolani (circa), e oltre 1.200 sottoposti a detenzione amministrativa. Una formula di arresto che Israele adotta per segregare chiunque, senza un capo d’accusa, e trattenerlo in prigione senza un processo. Questa ha una durata di sei mesi, ma alla scadenza può essere rinnovata all’infinito. Tutto ciò è possibile grazie al pretesto che i detenuti possano pianificare un futuro reato. Il 95% dei prigionieri palestinesi sarebbe sottoposto a tortura e trattamenti disumani.

Ma noi non siamo nella posizione di Barghouti, non siamo palestinesi, non viviamo sotto le bombe o i razzi, siamo nella posizione privilegiata di europei, che dobbiamo saper ben sfruttare tenendo alta la bandiera della ragionevolezza. E, nella condizione di immaginare un futuro di speranza, ci sentiamo soprattutto cittadini del mondo. Noi serviamo, dal basso, principalmente la causa della pace e solo secondariamente quella del popolo palestinese come quella di qualsiasi altro popolo che si senta oppresso.
La causa dell'Umanità è per noi più importante di ciò che oggi divide i due popoli, gli israeliani dai palestinesi, anche se tutte le ragioni fossero da una parte sola. Cosa che nei conflitti non succede mai, e questo conflitto arabo-palestinese non fa eccezione: ognuno ha le sue buone ragioni che vanno tenute in considerazione.
Dobbiamo tenere accesa la fiaccola dell'Umanità diventando un ponte per la pace e la conciliazione in un momento dove gli attori del conflitto, pur se stanchi dei massacri, per lo più non sono in grado di provare un sentimento di empatia reciproca.

Noi in questo nuovo millennio che avanza siamo per il motto: prima l'Umanità, prima le persone, prima i diritti umani, dell'Umanità e della Terra.
Oggi l'Umanità è su una sola barca in fiamme e se non la si fa approdare in un porto sicuro facendo pace con la Natura si va tutte e tutti a naufragare, Israele e Palestina inclusi.
Si vuole considerare questo dato elementare, il compito prioritario e ineludibile di disinquinare e riequilibrare l'ecosistema globale, che ci propone la comunità scientifica internazionale? O, nonostante le COP sul clima, si vuole continuare a proporlo in coda a ogni ragionamento?

La guerra deve essere espulsa dalla Storia ed è sempre una sconfitta per tutti. Nel mondo diventato villaggio globale non esistono più guerre giuste, se mai ve ne fossero state in passato (forse abbiamo avuto guerre "necessarie", non "giuste": e i due concetti vanno distinti).
Per questa sacrosanta causa della pace noi sottoscritte/i, da europei coinvolti in quanto donne e uomini "pacifici" ed in facile condizione di dimostrarlo, non indifferenti e non rassegnati alla barbara spirale dell'odio, pretendiamo, ci si scusi il termine, Barghouti libero, esigiamo che Israele lo liberi, che la grazia promessa gli sia immediatamente concessa.
E ci impegniamo, responsabilmente e guidati dall'intelligenza strategica, a costituire un comitato che persegua con determinazione lo scopo.


testo della presentazione powerpoint

Un Comitato per la liberazione di Marwan Barghouti

diapo 2

Stai con i palestinesi o con gli israeliani?

 

 

 

AL MOVIMENTO PACE TERRA DIGNITA' RIVOLTO AI PACIFICI SERVE UNA LISTA INDIPENDENTE ALLE ELEZIONI EUROPEE
RIPORTIAMO AL VOTO E ALLA POLITICA DI BASE I DELUSI E GLI ARRABBIATI!

Documento dei Disarmisti Esigenti & partners per la "lista dei pacifici" alle elezioni europee

rif. Alfonso Navarra (cell. 340-0736871) ed Ennio Cabiddu (cell. 366-6535384) - Milano 9 settembre 2023

Primi firmatari: Emanuela Baliva - Daniele Barbi - Michele Boato - Milly Bossi Moratti - Angelo Cifatte - Cosimo Forleo -Luigi Mosca - Giuseppe Musolino - Antonella Nappi -Cristina Rinaldi - Laura Marcheselli - Pino Arancio - Sandra Cangemi - Amalia Navoni  Maria Grazia Campari -Andrea Bulgarini - Marco Zinno - Mario Di Padova

(Si richiedono ulteriori adesioni che sono comunicabili al link: https://www.petizioni24.com/listapaceterraeuropee . E sono ancora possibili integrazioni migliorative. Già nel maggio 2022 ci eravamo schierati per il "partito della pace che non c'è")

Un appello di Raniero La Valle e Michele Santoro (per il suo testo completo: https://www.serviziopubblico.it/post/915) ) ci aveva chiesto, con il firmarlo, di promuovere insieme l'assemblea del 30 settembre a Roma, che poi si è effettivamente tenuta in quella data al Teatro Ghione.

L’assemblea si è svolta con grande e qualificata partecipazione; ed ha deciso, praticamente all’unanimità, di lanciare “un nuovo soggetto politico popolare, che abbia la pace come obiettivo urgente e orizzonte futuro”. 

L'assemblea ha altresì deciso "di avviare tutte le necessarie iniziative per partecipare, realizzando la maggiore unità possibile, alle prossime elezioni europee, allo scopo di incardinare, nel dibattito elettorale e poi nella stessa UE, l'assillo della pace".

Noi aderiamo a questa sfida e proponiamo di aderire ad essa con entusiasmo. Allo stesso tempo proponiamo che la lista indipendente per le prossime europee PACE TERRA DIGNITA' (o come verrà chiamata dopo il sondaggio tra gli associati a Servizio Pubblico) includa le motivazioni e le finalità del documento sotto riportato.

L’Europa per la quale ci battiamo deve (e si tratta di obiettivi che hanno una loro plausibilità e fattibilità):

1) Denuclearizzare

2) Convertire le spese militari in investimenti sociali (beni comuni e pubblici) e per la conversione ecologica

3) Predisporre un modello di difesa che attui il transarmo progressivo verso la resistenza nonviolenta quale capacità di opporsi all’ingiustizia con mezzi costruttivi, basati sulla forza dell’unione popolare.

Alcune campagne dei movimenti di base vanno sostenute da una sponda istituzionale più salda, sicura, convinta:

1- La proibizione delle armi nucleari che va messa in rapporto con il No First Use.

2- La denuclearizzazione sia militare che civile.

3- Object War per il diritto internazionale al non partecipare direttamente ai combattimenti armati.

4- L’obiezione di coscienza nelle sue varie forme e modalità: oltre a quella già citata al servizio militare, le obiezioni alle spese militari, alle banche armate, alle produzioni e ai traffici bellici.

5- Il contrasto alla militarizzazione della scuola, dell’università, della ricerca scientifica.

La lista da mettere in campo dobbiamo rivolgerla non, in modo limitato, alla "tribù pacifista" ma, in modo più ampio, ai “pacifici”, ad uno spontaneo atteggiamento e sentimento della maggioranza popolare, in Italia legittimato da una Costituzione esplicitamente e marcatamente pacifista. Deve servire a riconquistare alla politica di base settori che si sono relegati, per disperazione e per rabbia, nell’astensionismo.

Questa crisi di partecipazione ha un motore da non sottovalutare anche nel disprezzo dimostrato da tutto il quadro politico istituzionale verso il ripudio della guerra provato dal sentire popolare maggioritario. Gli stessi “media con l’elmetto” continuano a riferire di cinque punti in cui sia il governo che l’opposizione contraddicono la volontà popolare: 1) no aiuti militari ai belligeranti, incluso il governo ucraino (la popolazione va sostenuta in tutti gli altri modi possibili); 2) no aumento delle spese militari e della militarizzazione; 3) no sanzioni economiche distruttive ed autodistruttive; 4) cessate il fuoco immediato senza condizioni e avvio di trattative per la sicurezza globale; 5) rispetto dei referendum sui beni comuni per l’acqua pubblica e contro l’energia nucleare da fissione.

L’Arcobaleno deve spuntare per dare una rappresentanza coerente al no alla guerra. Dipende da tutte/i noi far emergere la pacifica e spontanea volontà popolare senza il quale non sono credibili neanche i percorsi per il clima e la giustizia sociale. Sottolineando lo spirito dell’aggiunta nonviolenta: non dobbiamo considerare i concorrenti elettorali come un nemico, tanto più se, anche grazie alla nostra sollecitazione, si porranno in qualche modo il tema del disarmo e della fine della guerra con una soluzione diplomatica.

Ai primi firmatari vanno aggiunte le seguenti firme (in ordine temporale di apposizione):

Gavino Cocco – Manuela Bonvecchiato – Anna Castellani – Paolo Yussef – Riccardo Bovolenta – Cristina Tarzia Venturini – Marco Tamborini – Bernardino Zerbini – Pinuccia Caracchi – Carla Cabiddu – Lucetta Sanguinetti – Lanfranco Peyretti – Edoardo Castignola – Elena Cornelli – Lodovica Bertoldi – Maria Cristina Costanzo – Carla Cabiddu – Maria Luigia Quattrociocchi – Carmelo Romeo – Alfonso Marzocchi – Pina Rozzo – Antonio Grasso – Gianni Pennazzi – Cristina Degan – Carlo Pozzoli – Grazia Casagrande – Davide Berok – Pasquale Balzano – Sara Ongaro – Gabriele Proto – Angela Bosio – Giuseppe Bruzzone – Giancarlo Consoli – Elena Urgnani – Riccardo Urigu – Vincenzo Motta – Fulvio Fiorentini – Rita Clemente – Maurizio Bucchia – Sergio Ruggeri – Arturo Pellegrino – Ivano Gallina – Susanna Sinigaglia – Rosanna Navarra – Alberto Liguori – Giuseppe Musolino – Serenella Fabiani – Claudia Zerboni – Michele Dargenio – Rosa Speranza – Maddalena Toscano – Carlo Citron – Maria Rosaria Tramontano – Laura Iacomino – Margherita Turco – Luigi Strazzanti – Vanna Tonielli – Domenico De Nito – Maria Paola De Paoli – Piergiorgio Rosetti – Daniele Mistura – Giusi Dossena – Patrizia Crepaldi – Elisabetta Caroti – Marcello Rinaldi – Paolo Attanasio – Guido Dalla Casa – Fortunata Fasano – Giorgio Rossi – Clara Tasca – Tiziano Zordan – Clara Quattrini – Andrea Bulgarini – Giuliana Contini – Eleonora Caroti – Laura Tornadu – Alessandra Tornadu – Aurora Frigerio – Valeria Ceron – Franca Ceron – Paolo Bonzi – Giuseppina Volpe – Maria Gloria Bertozzi – Giuseppe Cecchinato – Antonella Rosa – Davide Migliorino – Angela De Meo – Ludovico Di Giovane – Matteo Scarlato – Rosanna Attanasio – Maria Calabrese – Giulia Zamberletti – Laura Tussi – Gianluca Razzauti – Francesca De Renzio – Anna Klein – Elisa Breglia – Salvatore Fustilla – Monica Tagnocchetti – Adalberto Galassi – Umberto Squarcia – Nicoletta Pirotta – Francesco Tirrito – Ottavio Cerullo – Flora Fia – Raffaele Faggiano – Irene Manente – Marina Vaghi – Annalisa D’Orsi – Brunella Lottero – Lidia De Florentiis – Fabrizio Rosselli – Barbara Amantea – Salvatore Borriello – Valeria Belli – Martina Gerosa – Maria Elena Spampatti – Paolo Falleni

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CONTRIBUTO AL PROGRAMMA DELLA LISTA DEI PACIFICI ALLE EUROPEE 2024

IL DISARMO NUCLEARE PER PROMUOVERE LA PACE 

CON SOPRAVVIVENZA SICURA DEGLI ESSERI UMANI E DELLA NATURA

Con il coinvolgimento nella guerra in Ucraina, affermato dai suoi massimi portavoce e praticato con gli aiuti militari, è dubbio che la UE possa essere considerata ancora un progetto di pace, degna del premio Nobel che le fu conferito nel 2012.

La pace deve significare uscita dalla guerra, dal sistema di guerra e da una politica di difesa e sicurezza attualmente divisa sì tra gli Stati membri, ma condivisa e convergente nella subalternità all’atlantismo, poggiante sulla forza militare e sulla minaccia nucleare. 

La pace che perseguiamo è costruzione di una società dei diritti e del diritto, in cui la comune umanità viene prima di tutto il resto, prima sicuramente dell’identità nazionale ed europea; e nel costituzionalismo globale, che ci emancipa dalle tecnocrazie antropocentriche, si concepisca la cura degli altri quale parte integrante della cura dell’unico ecosistema vivente, cui organicamente apparteniamo.

Se condividiamo il rifiuto dell’esercito europeo a maggior ragione dovremmo condividere il rifiuto dell’ombrello di una deterrenza nucleare NATO ufficialmente definita come “suprema garanzia di sicurezza”. 

La UE dovrebbe procedere, per passi autonomi, anche primi piccoli passi, ma decisamente  e incontrovertibilmente, a una scelta di disarmo nucleare, rigettando quella “condivisione nucleare NATO” che la condurrebbe a reinstallare gli euromissili dismessi con gli accordi INF tra Reagan e Gorbachev del 1987 (disdetti da Trump nel 2019), a modernizzare le “atomiche” tattiche B-61 ospitate da cinque Paesi, tra i quali l’Italia, a implementare la dottrina di impiego, che rimanda a guerre nucleari limitate su teatri continentali, non globali, che va sotto il nome di “first use”.

Il nuovo Parlamento europeo, che emergerà dalle elezioni del 2024, insomma, dovrebbe assecondare e non osteggiare il percorso aperto dallo storico Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW), adottato da una conferenza ONU nel 2017, facendo sì che alla proibizione giuridica ratificata al momento da 69 Stati segua l’eliminazione effettiva degli ordigni di sterminio e annientamento massivi.

Una strategia di lavoro in questo senso è tracciata dal working paper, ufficialmente agli atti, in lingua inglese, che organizzazioni membre ICAN, tra le quali i Disarmisti esigenti, hanno proposto per la conferenza di aggiornamento del TPNW del novembre-dicembre 2023, e qui di seguito riportato, in lingua italiana: 

Una strategia per passare dalla proibizione giuridica alla totale eliminazione delle armi nucleari, effettiva, totale e irreversibile.

A questo fine, tutti i 9 Stati che possiedono armi nucleari (insieme ai loro alleati) dovrebbero progressivamente sedersi ai tavoli delle trattative, che potranno essere aperti a seconda delle disponibilità volta per volta agibili, con l’ONU nel ruolo di mediatrice riconosciuta, avendo compreso che il possesso di tali ordigni, illusoriamente giustificato con la finalità della "deterrenza", costituisce un rischio inaccettabile, in primo luogo per loro stessi.

In prospettiva bisognerebbe allestire un tavolo unico e l'argomento chiaro su cui fare leva per arrivarci è quello di una presa di coscienza che il rischio di guerra nucleare è diventato inaccettabile,  in un contesto globale che vede la combinazione di incontrollati sviluppi tecnologici con il disordine crescente negli assetti di potere e di governance.

Il pericolo concreto di una possibile “guerra nucleare anche solo per errore, per incidente o per sabotaggio” va messo in cima alle preoccupazioni di chiunque abbia a cuore la sopravvivenza della specie umana e della natura. Se da un lato grava su questi Stati dotati di armi nucleari la responsabilità di prendere le decisioni determinanti, spetta a noi, società civile, aiutarli a raggiungere tale consapevolezza anche mediante una “esigente” pressione dal basso.

Negli ultimi tempi questo rischio è ancora aumentato principalmente a causa di due fattori:

  1. lo sviluppo delle “mini-nukes”, cioè armi nucleari di potenza intermedia tra quella della bomba di Hiroshima e quella delle armi convenzionali. Queste “mini-armi nucleari” saranno più facili da usare sui campi di battaglia e quindi romperebbero il “tabù” dell’uso delle armi nucleari, con le conseguenze che possiamo facilmente immaginare.
  1. il possibile utilizzo degli algoritmi di IA (“Intelligenza Artificiale”) nella rilevazione di attacchi nucleari e, cosa ancora peggiore, nel processo decisionale per un’eventuale ritorsione.

Di conseguenza dobbiamo concentrarci principalmente su questi due fattori di rischio per convincere gli Stati dotati di armi nucleari a decidere un disarmo nucleare globale. Allora, l’adesione universale al TPNW, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, non dovrebbe più incontrare ostacoli.

Come contributo a questo approccio, proponiamo di includere nel testo del TPNW (Articolo N°1) la proibizione delle armi nucleari, “qualunque ne sia la loro potenza”.

Proponiamo di lavorare per armonizzare e integrare la Campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear weapons) con la Campagna No First Use (NFU) perché riteniamo importante schiudere ammorbidimenti e contraddizioni nel fronte nuclearista, già non del tutto monolitico.

Sarebbe apprezzabile che l’adozione ufficiale di dottrine sulla deterrenza che escludano un primo colpo nucleare in qualsiasi circostanza sia accompagnata da misure, sotto controllo della IAEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica), che rendano più difficile la guerra nucleare per errore, per incidente o per sabotaggio, come la ‘de-allertizzazione’ delle testate nucleari e la separazione delle stesse dai vettori.

Il TPNW già all’articolo 4, prevede un periodo di conversione e una certa flessibilità nelle forme di adesione da parte degli Stati dotati di armi nucleari e degli Stati che ospitano armi nucleari controllate da un altro Stato. Nelle prossime  conferenze di revisione, a partire da quella fissata nel dicembre 2023 sotto la presidenza del Messico, possiamo studiare di stabilire una categoria riconosciuta formalmente di Stati “fiancheggiatori/sostenitori" (o altri termini similari) del Trattato. Sarebbero Stati non aderenti a pieno titolo ma orientati positivamente verso il percorso della proibizione giuridica, valutato quale strumento utile e opportuno, compatibile con le istanze di sicurezza globale, per giungere a un mondo senza armi nucleari.

Come conclusione ricordiamo quanto sosteneva giustamente Gorbachev:

Se uno Stato vuole essere sicuro, deve prima contribuire a garantire la sicurezza di tutti gli altri Stati; invece, la deterrenza nucleare fa esattamente il contrario!

Primi Firmatari :

Alfonso Navarra - organizzazione Disarmisti esigenti

Luigi Mosca -  associazione “Abolition des Armes Nucléaires - Maison de Vigilance

Sandro Ciani - Mondo senza guerre e senza violenza

altri nomi ---------------------

 

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CONTRIBUTO  AL PROGRAMMA DI ENNIO CABIDDU

SOSTEGNO ALLE OBIEZIONI DI COSCIENZA ALLE OBIEZIONI DI COSCIENZA CONTRO IL SISTEMA DI GUERRA 
CON RIFERIMENTO ALLE CAMPAGNE "OBJECT WAR" E ALLE CAMPAGNE NAZIONALI CONTRO LE SPESE MILITARI (INCLUDENTI "SEI PER LA PACE SEI PER MILLE"), 
CONTRO LE BANCHE ARMATE, CONTRO LA PRODUZIONE E IL TRAFFICO DI STRUMENTI DI MORTE
 
Ennio Cabiddu referente per i Disarmisti esigenti di questo ambito programmatico
La guerra e' un crimine contro l'umanita';molte persone provenienti dalla Russia, dalla Bielorussia e dalla Ucraina cercano di evitare il servizio militare perche' non vogliono uccidere altre persone e non vogliono morire in guerra.I soldati al fronte vogliono deporre le armi di fronte all'orrore.Tutti rischiano la repressione e l'incarcerazione, in Bielorussia anche la pena di morte.Ma l'obiezione di coscienza è un diritto umano riconosciuto a livello internazionale dall'articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sula libertà di pensiero,coscienza e religione e dall'articolo 18 del Patto internazionale dei Diritti Civili e Politici.La Unione Europea deve aprire le frontiere per dare agli oppositori della guerra la possibilità di entrare e di essere protetti.La UE deve condannare fermamente la persecuzione degli obietori di coscienza e dei disertori da parte dei governi di Russia, Bielorussia e Ucraina sostenendo la "OBJECT WAR CAMPAIGN" accogliendo le richieste contenute nell'appello di "WAR RESISTERS'INTERNATIONAL","EUROPEAN BUREAU for CONSCIENTIOUS OBJECTION", "INTERNATIONAL FELLOWSHIP of RECONCILIATION" e "CONNECTION e V".Con riguardo ad altre forme di obiezione di coscienza, in Italia non possiamo che incoraggiare e sostenere la storica campagna di obiezione di coscienza alle spese militari per la difesa popolare nonviolenta. Una sua modalità di attuazione è la campagna "Sei per la Pace,sei per mille" che ha il dichiarato obiettivo di dare concretezza ad atti di disubbidienza civile sottraendo attraverso lo strumento fiscale risorse destinate alle spese per armamenti destinandole per finanziare servizi che la Carta Costituzionale riconosce primari come la Sanità e la Scuola.Allo stesso modo vanno incoraggiati e sostenuti (come gia' il Papa ha fatto)i lavoratori che si rifiutano di prendere parte ad operazioni della filiera delle armi con particolare riguardo per quelle prodotte in Italia e vendute a Paesi in guerra in totale spregio della Legge185/90.
NO ALL'ESERCITO EUROPEO
Noi ci opponiamo fermamente contro la costituzione di un esercito europeo che sarebbe solo un modo per moltiplicare (e non razionalizzare come si vuol far credere) la spesa militare che già vede la UE al terzo posto nel mondo dopo gli USA e la Cina.
Non crediamo neppure a chi afferma che sarebbe il modo per smarcarsi dall'onnipotente controllo della NATO che non avrà più motivo di esistere quando l'UE dovesse diventare un continente pacificato dall'Atlantico agli Urali. Noi ci opponiamo a tutti gli eserciti nazionali e sovranazionali,a tutte le spese militari che sottraggono risorse ai servizi sociali,ai diritti e alla conservazione dell'ambiente.E Con questo spirito che ci dobbiamo opporre alle basi militari,alle fabbriche di morte, alle scuole di guerra.

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CONTRIBUTO  AL PROGRAMMA DI DANIELE BARBI

DENUCLEARIZZAZIONE OBIETTIVO EUROPEO
Contributo al lavoro per la “lista dei pacifici” (nome da decidere) di Daniele Barbi
del Comitato antinucleare di Trier.
Sono personalmente aderente ai Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org)
Discusso e approvato in un incontro online il 12 ottobre 2023, con la partecipazione
di Alfonso Navarra, Luigi Mosca, Ennio Cabiddu e Cosimo Forleo
La denuclearizzazione, sia a livello civile che militare, è un obiettivo complesso che
richiede un ampio sostegno politico, pianificazione dettagliata e misure appropriate.
L'inclusione o esclusione del nucleare e del gas nelle attività economiche ecosostenibili nell'Unione Europea è una questione politica e regolamentare che richiede discussione a livello europeo. Ecco alcuni passi che potremmo intraprendere per promuovere la denuclearizzazione civile/militare, partendo dalla decisione di non considerare nucleare e gas attività economiche sostenibili nella tassonomia della UE.:
Lobbying e sensibilizzazione: È importante coinvolgere organizzazioni non governative - GreenPeace e International Physicians for the Prevention of Nuclear War (IPPNW) sono già tra i capofila -, gruppi ambientalisti - in Germania il coordinamento dei gruppi antinucleari .ausgestrahlt ed in Francia Sortir du nucléaire sono promotori di iniziative per modificare i parametri della tassonomia -, esperti - Mycle Schneider, Luigi Mosca, Mario Agostinelli - e cittadini per aumentare la consapevolezza sull'importanza della denuclearizzazione civile/militare e spingere i responsabili politici a prendere in considerazione questo obiettivo. Diventa prioritario opporsi ai piani di sviluppo in Italia delineati dal ministro Pichetto Fratin, che il 21 settembre 2023 ha ufficialmente aperto la piattaforma per il nucleare sostenibile.
I Disarmisti esigenti stanno lavorando a un coordinamento antinucleare
europeo, progetto in cui sono impegnati come referenti Daniele Barbi, Giuseppe
Farinella, Alfonso Navarra.
Sviluppare fonti di energia rinnovabile: Investire in tecnologie e infrastrutture per le energie rinnovabili come l'energia solare, eolica e idroelettrica, che possono sostituire gradualmente le fonti di energia fossile e nucleare. Questo richiederà incentivi economici e investimenti da parte dei governi e del settore privato.
Ricerca e sviluppo: Sostenere la ricerca e lo sviluppo di tecnologie innovative per l'energia rinnovabile, l'efficienza energetica e il miglioramento delle reti elettriche, al fine di rendere queste alternative più competitive ed efficienti.
Politiche energetiche nazionali: Influenzare le politiche energetiche nazionali dei paesi membri della UE per favorire la transizione verso fonti energetiche più sostenibili e meno inquinanti. Questo può includere obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, promozione dell'efficienza energetica, incentivi per le energie rinnovabili e soprattutto la riduzione delle sovvenzioni per l’utilizzo delle energie provenienti dai fossili.
Coinvolgere il settore privato: Collaborare con le aziende per incoraggiarle a investire in soluzioni energetiche sostenibili e ridurre gradualmente la loro dipendenza da fonti energetiche non sostenibili contrastando gli investimenti nel comparto fossile tramite tassazioni penalizzanti.

Educazione e consapevolezza: Promuovere programmi di educazione e sensibilizzazione sulle questioni energetiche, inclusi i vantaggi delle fonti di energia rinnovabile e i rischi associati al nucleare e al gas.
Monitoraggio e valutazione: Creare meccanismi di monitoraggio e valutazione per
misurare il progresso verso la denuclearizzazione civile/militare e la riduzione dell'uso del gas, tenendo conto degli obiettivi ambientali e climatici stabiliti a livello internazionale. Collaborazione internazionale: Lavorare a livello internazionale per promuovere la denuclearizzazione civile/militare, includendo l'adesione a trattati e accordi multilaterali che favoriscano l'abbandono del nucleare e l'adozione di fonti energetiche sostenibili.

Raggiungere la denuclearizzazione civile/militare richiederà tempo, sforzi e un impegno coordinato a livello europeo e globale. La transizione verso un'energia più sostenibile è una sfida importante, ma è anche cruciale per affrontare le questioni ambientali e climatiche del nostro tempo.
.ausgestrahlt
È un’organizzazione antinucleare attiva dal 2008 sul territorio federale tedesco.
Lo scopo principale si concentra sul coordinamento di azioni nazionali ed internazionali contro la lobby nucleare, nella convinzione sulla pericolosità di impianti industriali insicuri (Chernobyl e Fukushima ne sono un esempio chiarissimo) che costituicono una minaccia per gli esseri viventi e che le scorie irradiate continueranno a gravare sulle generazioni future.
Sortir du nucléaire
Riunisce tutti coloro che desiderano esprimere la loro volontà di eliminare gradualmente l'energia nucleare. Obiettivo principale consiste nella eliminazione del nucleare in Francia attraverso una politica energetica diversa, in particolare promuovendo la gestione dell'energia e lo sviluppo di altri mezzi di produzione di elettricità.
Dal 1997 l’associazione ha vissuto un'impressionante ascesa al potere con l'obiettivo di riunire il maggior numero possibile di persone e gruppi. Attualmente ne fanno parte circa 900 associazioni e 60.000 cittadini.
IPPNW
È un'associazione internazionale di medici che, tra le altre cose, si impegna
principalmente per il disarmo delle armi nucleari.
La sua sede internazionale è a Somerville, nel Massachusetts. Nel 1985, l'organizzazione ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per il suo "informato e importante lavoro di informazione", che ha sensibilizzato la popolazione sulle "conseguenze catastrofiche della guerra nucleare“.
La sezione tedesca rappresenta la più grande organizzazione professionale per la pace in Germania, con circa 8.000 membri.

Nucleare civile e militare
Associamo nuleare civile e militare, perché qualunque paese tramite le tecnologie utili al nucleare civile può passare con facilità alla realizzazione di ordigni nucleari. Per alimentare le centrali nucleari sono necessarie le barre combustibili, che a loro volta sono il risultato di un processo industriale dove entra in gioco l’arricchimento del uranio, speficamente nella forma dell’isotopo 235. Dale turbine si possono ottenere concentrazioni di questo isotopo - per le barre cobustibili attualmente è sufficiente arrivare al 3 al 5 % per raggiungere il 20 % nei reattori avanzati - fino al 90%, dalle quali passare ad ordigni nucleari il passo è breve.

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CONTRIBUTO  AL PROGRAMMA DI ANTONELLA NAPPI

clicca sopra per il testo completo
13 Ottobre 2023

L’onore degli uomini non è avere le armi in pugno ma fare il lavoro di pulizia in casa (il lavoro di cura) senza pensare di perdere tempo

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OGGI, 26 SETTEMBRE 2023, E' IL PETROV DAY CONTRO LE ARMI NUCLEARI E MAI IL DISARMO E' STATO COSI' URGENTE.

IL Petrov Day è la giornata ONU contro le armi nucleari in memoria della notte in cui, proprio 40 anni fa, il 26 settembre 1983, il colonnello sovietico Stanislav Petrov salvò il mondo dalla guerra nucleare per errore: non comunicò ai superiori un presunto attacco missilistico contro la capitale, in realtà un falso allarme dei computer della base di avvistamento che comandava vicino Mosca.
Un atto, in un certo senso, di disobbedienza, coraggiosa e intelligente, che gli costò allontanamento dall'esercito e emarginazione da parte di un regime sedicente socialista che non voleva si diffondesse la conoscenza dei buchi della "deterrenza".
Petrov morì dimenticato e in miseria, come buona parte dei veri "eroi", che l'Umanità non riconosce, mentre tributa onori ad esempio a tonitruanti tribuni di presunte resistenze partigiane, in realtà spoliatori del proprio Paese per conto dei mandanti di guerre per procura.
Un TPAN - Trattato di proibizione delle armi nucleari (chi vi scrive era a New York per conto dei Disarmisti esigenti, quando, il 7 luglio 2017, venne adottato da 122 Paesi) esprime oggi l'illegalità della cosiddetta "difesa" imperniata su queste armi mostruose. Il problema, politico ma anche etico, è di passare dalla proibizione alla loro eliminazione effettiva.
Possiamo considerare questo trattato un tassello di un nuovo costituzionalismo globale, che mette in primo piano il diritto comune dell'umanità, non la sovranità assoluta dei singoli Stati. E' l'applicazione dell'appello Russel-Einstein che terminava con la famosa frase: "Ricordiamoci della comune umanità e dimentichiamo il resto".
Prima di tutto dobbiamo tenere a mente di essere membri di una umanità planetaria, oggi aggiungeremmo parte di un unico ecosistema vivente (la "terrestrità" che sostengo in "Memoria e futuro", propugnata da figure morali e intellettuali come Papa Francesco ed Edgar Morin) e non rimanere schiavi dei nazionalismi e dei militarismi, come pure di tutte le altre appartenenze sociali particolari.
Il TPAN si fonda sui principi del diritto umanitario, cioè della guerra che in teoria dovrebbe essere combattuta in modo umanitario, secondo le Convenzioni di Ginevra: le armi nucleari vengono considerate illegali perché il loro impiego coinvolge inevitabilmente per lo più i civili, non consente soccorsi sanitari, inquinano l’ambiente per anni rendendo impraticabile la vita quotidiana delle comunità, eccetera.
Questo approccio "umanitario" ha in parte funzionato, ma ora bisognerebbe mettere in rilievo la centralità del rischio: non c'è sicurezza assoluta che il sistema nucleare possa essere mantenuto sotto controllo e un errore potrebbe avviare l'escalation che conduce alla fine del mondo. E' proprio l'eventualità messa in luce dalla vicenda Petrov. E questo rischio si fa intollerabile quando la logica della deterrenza, i tempi sempre più angosciosamente ristretti di risposta alle mosse vere o presunte dell'avversario, porta sempre di più verso l'automazione dei sistemi di avvistamento, con l'impiego già deciso dell'intelligenza artificiale nell'early warning.
E quando l'idea di guerre nucleari limitate in territori circoscritti trova concretezza nelle minacce che vengono evocate, un giorno sì e l'altro pure, di ricorso alle "atomiche tattiche", in una Guerra Grande in Ucraina che rischia di unificare, copyright Papa Francesco, la "guerra mondiale a pezzetti" in corso.
Noi Disarmisti esigenti, membri in Italia della rete ICAN che ha promosso il TPAN, insignita nel 2017 del Premio Nobel per la pace, non riteniamo sufficiente che, Stato dopo Stato, si aumenti il numero di ratificanti del TPAN, oggi arrivati a 69.
La nostra missione non è limitata a fare pressione per fare sì che l'Italia con voto parlamentare diventi, che so, l'ennesimo Stato ratificante, magari il 70esimo (cosa impossibile stante la sua appartenenza alla NATO, che ufficialmente considera la deterrenza nucleare la "suprema garanzia di sicurezza").
A Vienna nel 2022 è avvenuta la prima conferenza di revisione del Trattato da parte degli Stati parte, ed è stata affermata la complementarietà tra il TPAN e il Trattato di non proliferazione. Complementarietà che le potenze nucleari attualmente non riconoscono e meno che mai riconosce, appunto, la NATO.
La centralità del rischio dovrebbe portare ad armonizzare, per intelligenza strategica, la campagna ICAN con la campagna per il NO first use. E' a portata di mano, anche grazie a una possibile sponda cinese, che le potenze nucleari vengano costrette ad abbandonare le dottrine sul primo impiego "limitato e condizionato", dell'"atomica" e che di conseguenza si stabilisca la "deallertizzazione" con separazione delle testate dai vettori, per rendere difficile un primo lancio per errore.
Gli Stati aderenti al TPAN (e ricordiamo sempre che l'Italia non rientra tra questi) potrebbero elasticizzare il Trattato istituendo norme per i Paesi in conversione, magari definendoli "sostenitori", non affiliati contraenti, che supportano il No first use e si defilano dalla condivisione nucleare NATO.
Nel frattempo noi movimenti di base abbiamo da portare avanti la lotta per la denuclearizzazione sia civile che militare (il nucleare cosiddetto civile è solo una copertura della potenza militare) e in Italia possiamo puntare, sul lato militare, alla dissociazione unilaterale dal nucleare NATO con, ad esempio, la rimozione delle testate ospitate a Ghedi ed Aviano in rapporto con il nuovo impiego da parte dei cacciabombardieri F35, omologati e predisposti per le missioni nucleari.

Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti esigenti cell. 340/0736871

 

 

ARRUOLATI IN BORSA

Su Avvenire del 13 agosto la prima pagina è dedicata agli “Arruolati in Borsa”. Il fatto analizzato è che “l’impegno bellico in Ucraina renderebbe «immorali» le scelte di sostenibilità Esg degli impieghi”.

L’inchiesta è di Angela Napoletano. ed è ampiamente sviluppata a pagina 3.

Quello che segue è il richiamo in prima pagina:

Con la guerra tra Russia e Ucraina che infuria alle porte dell’Europa è «perverso» che gli investitori che applicano criteri di sostenibilità continuino a evitare il settore della Difesa. È quello che due sottosegretari del governo britannico, Andrew Griffith e James Cartlidge, con delega, rispettivamente, ai servizi finanziari e agli appalti militari, hanno scritto in una lettera al “Mail on Sunday” del 1° agosto. Un’uscita estemporanea? Non proprio. L’attacco dei due deputati Tory è la coda delle polemiche innescate dalla decisione della banca Coutts di chiudere il contro di Nigel Farage, il leader brexiteer della destra oltranzista”.

Alessandro Bonini in terza pagina scrive un pezzo che documenta come, in tutte le grandi Borse, continui la corsa dell’industria bellica.

Appello di Michele Santoro, Servizio Pubblico e personalità pacifiste contro l'invio delle armi all'Ucraina

ai cittadini, alla società civile e ai leader politici per una "staffetta dell'Umanità" da Aosta a Lampedusa

Camminare insieme, unire l'Italia contro la guerra, riaccendere la speranza

Dopo più di un anno di guerra in Ucraina e centinaia di migliaia di morti, mettere fine al massacro, cessare il fuoco e dare inizio a una trattativa restano parole proibite. Si prepara, invece, una resa dei conti dagli esiti imprevedibili con l’uso di proiettili a uranio impoverito e il rischio di utilizzo di armi nucleari tattiche.
I governi continuano a ignorare il desiderio di pace dei popoli e proseguono nella folle corsa a armi di distruzione sempre più potenti.
Mentre milioni di persone sono costrette dalle inondazioni, dalla siccità e dalla fame, a lasciare le loro terre, centinaia di miliardi di euro vengono spesi per aumentare la devastazione dell’ambiente e spargere veleni nell’aria. L’intera Ucraina è rasa al suolo, un macigno si abbatte sull’Europa politica, aumentando le disuguaglianze, peggiorando le condizioni di vita dei lavoratori, flagellando le famiglie con l’aumento dei beni alimentari, della benzina, dell’energia e delle rate dei mutui.
Putin è il responsabile dell’invasione ma la Nato, con in testa il Presidente degli Stati Uniti Biden, non sta operando soltanto per aiutare gli aggrediti a difendersi, contribuisce all’escalation e trasforma un conflitto locale in una guerra mondiale strisciante.
Dalla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione viene ripetuta la menzogna dell’Occidente che si batte per estendere la democrazia al resto del mondo. Dimenticando l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia e il Kossovo.
Si vuole imporre l’idea che non esista altro modo di porre fine alla guerra se non la vittoria militare di uno dei due contendenti e che l’Italia non possa far altro che continuare a inviare armi, limitandosi a invocare una soluzione diplomatica dai contorni indefiniti.
Noi pensiamo che l’Italia debba manifestare in ogni modo la sua solidarietà al popolo ucraino abbandonando, però, qualunque partecipazione alle operazioni belliche. Vogliamo tornare ad essere il più grande Paese pacifista del mondo, motore di una azione per la Pace e non ruota di scorta in una guerra.
Sappiamo che sono in moltissimi a condividere la nostra rabbia nel vedere sottratta alle nuove generazioni l’idea stessa di futuro, mentre si diffonde la sfiducia in una politica privilegio di pochi e il governo si mostra sempre più subalterno agli Stati Uniti e incapace di difendere gli interessi degli italiani e dell’Europa.
Ma siccome chi non è rappresentato e non costituisce una forza viene spinto a credere di non poter più incidere nella vita della Nazione, seguendo l’esempio del Movimento in Francia, vi chiediamo di reagire alla sfiducia, di usare il cammino come strumento di Pace, di costruire insieme una staffetta dell’umanità che parta da Aosta, Bolzano e Trieste fino a Lampedusa.
Questo appello è rivolto a chi sente il bisogno di fare qualcosa contro l’orrore della violenza delle armi e ha voglia di gridare basta.
Sembra impossibile che i senza partito, i disorganizzati, riescano in un’impresa così difficile. Ma se ciascuno di voi offrirà il suo contributo e se i leader e le organizzazioni che si sono pronunciati contro l’invio di armi daranno una mano, tutti insieme potremo farcela.

Hanno firmato l’appello:
Rosamaria Aquino
Alessandro Barbero
Roberto Baratta
Pietro Bartolo
Mara Battilana
Fausto Bertinotti
Ginevra Bompiani
Lorenzo Borrè
Emiliano Brancaccio
Massimo Cacciari
Giampaolo Cadalanu
Mario Capanna
Toni Capuozzo
Matteo Casula
Ascanio Celestini
Luigi De Magistris
Sandro De Toni
Donatella Di Cesare
Gianni Dragoni
Yana Ehm
Anna Falcone
Andrea Fiore
Francesco Forzati
Sara Gandini
Elio Germano
Luca Gianotti
Santo Gioffrè
Tano Grasso
Igor Grigis
Nicolai Lilin
Fiorella Mannoia
Claudio Marotta
Giuseppe Mastruzzo
Clara E. Mattei
Ugo Mattei
Rosa Menga
Tomaso Montanari
Alfonso Navarra
Josè Nivoi
Daniele Novara
Piergiorgio Odifreddi
Daniele Ognibene
Maddalena Oliva
Leoluca Orlando
Moni Ovadia
Emanuela Pala
Alessandro Picciau
Luciano Pignataro
Nico Piro
Geminello Preterossi
Tiziano Rea
Davide Riondino
Cristian Romaniello
Carlo Rovelli
Guido Ruotolo
Michele Santoro
Riccardo Scamarcio
Vauro Senesi
Massimiliano Smeriglio
Tommaso Sodano
Santino Spinelli
Francesco Sylos Labini
Mimmo Lucano
Giovanni Vianello
Giuseppe Vitale
Padre Alex Zanotelli

Per aderire scrivere alla mail
staffetta.pace@gmail.com
Scrivendoci Nome e Cognome, numero di telefono e località di residenza.

Il percorso della staffetta è stato realizzato dall’Associazione Compagnia dei Camminatori.

NO ALL'INVIO DI ARMI ALL'UCRAINA. 

Qui di seguito il resoconto della conferenza stampa del 22 marzo (riportato prima dell'annuncio dell'iniziativa, postato di seguito. Infine rassegna stampa).  

QUI IL LINK alla registrazione di Radio Radicale

Oggi 22 marzo si è svolta la conferenza stampa dei Disarmisti esigenti dalle ore 11:00 alle ore 12:30 in piazza Esquilino di Roma

1- contro il voto del Senato (21 marzo) e della Camera (22 marzo) per l'invio di aiuti militari al governo ucraino richiesto dal premier Giorgia Meloni alla vigilia del Consiglio europeo del 23 e 24 marzo

2- per la promozione di un referendum popolare contro l'invio di armi all'Ucraina in guerra

3- per il sostegno alla Campagna internazionale Object war lanciata da WRI & partners (di cui è testimonial, tra gli altri, Michele Santoro): agli obiettori di coscienza e ai disertori russi e ucraini va riconosciuto il diritto d'asilo in Europa. Appoggio alle madri russe contro la guerra.

Sono intervenuti i promotori (alcuni fanno digiuno dedicandolo alla scomparsa Antonia Sani, ex presidente WILPF Italia).

Alfonso Navarra (Disarmisti esigenti), Mino Forleo (Per la scuola della Repubblica); e Patrizia Sterpetti per WILPF Italia.

Gentile direzione e redazione di testata giornalistica interpellata

I Disarmisti esigenti, membri ICAN (rete per la proibizione delle armi nucleari, premio Nobel per la pace 2017), in "digiuno di coerenza pacifista", per il 22 marzo hanno organizzato una conferenza stampa, con inizio alle ore 11:00 e conclusasi alle ore 12:00, nell'ambito di una iniziativa di presidio a Roma in piazza dell'Esquilino. Si è contestato l'ennesimo voto parlamentare, già espletato il 21 marzo al Senato e previsto per il 22 marzo alla Camera, per l'invio delle armi all'esercito ucraino. Un voto su risoluzioni che sarà richiesto ai senatori (dopo quello già ottenuto dai deputati) dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ad approvazione delle sue comunicazioni, sia a Palazzo Madama che a Montecitorio, sul Consiglio europeo del 23 e 24 marzo dedicato all'Ucraina. La discussione ed il voto in aula, richiesti dalla premier, a giudizio di Disarmisti esigenti & partners, serviranno anche per saggiare la solidarietà atlantista del nuovo PD guidato da Elly Schlein.

Il Consiglio europeo torna a decidere, su proposta di Mr PESC Josep Borrell, aiuti militari e finanziari a Kiev. L'assistenza complessiva fornita all'Ucraina dalla UE e dai suoi Stati membri è stata stimata finora ad almeno 67 miliardi di euro, di cui 12 miliardi in aiuti militari. Ora si tratterebbe di potenziare l'EUROPEAN PEACE FACILITY, da cui si attinge per il sostegno militare, e a cui l'Italia contribuisce per il 12% circa,con altri 5,5 miliardi, che si aggiungerebbero agli 1,4 miliardi che restano nel fondo fino al 2027.

Gli organizzatori considerano l'insistere e persistere negli aiuti militari al governo Zelensky un "gettare benzina sul fuoco della Guerra grande" che, a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina, si combatte tra eserciti regolari (non si tratta affatto di guerra partigiana!), con il rischio di una escalation che può coinvolgere direttamente la NATO e degenerare in un conflitto nucleare. Tale supporto militare da parte dell'Occidente è, a loro parere, ostativo della ricerca di tregua subito e di negoziati di pace, istanza nella quale, secondo tutti i sondaggi, si riconoscerebbe la maggioranza del popolo italiano.

Sono intervenuti i promotori (Alfonso Navarra, Mino Forleo; e Enrica Lomazzi e Patrizia Sterpetti per WILPF Italia).

Il referendum consisterebbe in tre quesiti riguardo l'abrogazione delle disposizioni sull'invio di armi all'Ucraina contenute nell'art. 2 bis della Legge 28/2022 e nell'art.1 della legge n. 8/2023; nonché delle disposizioni contenute all'art. 1, comma 6, lettera a) della legge 185/1990 che ammettono eccezioni al divieto di invio di armi ai Paesi in stato di conflitto armato.

Disarmisti esigenti & partners partecipano in Italia alla Campagna "Object War" promossa a livello internazionale dalla War Resisters' International, EBCO-BEOC, IFOR e Connection. A Londra siamo in contatto con il gruppo PAYDAY MEN'S NETWORK nell'ambito di GLOBAL WOMEN'S STRIKE.

Sono invitati tutti i cittadini europei ad unirsi allo sforzo globale per garantire protezione e asilo a obiettori di coscienza e disertori di Russia, Bielorussia e Ucraina coinvolti nella guerra in corso nella regione. Sono, a giudizio di Disarmisti esigenti & partners, una nostra speranza per spegnere il fuoco della guerra e far prevalere la pace!

E' stata sottolineata l'importanza di sostenere e diffondere l'appello delle mamme dei soldati russi (Movimento di resistenza femminista contro la guerra) che esige il ritiro delle truppe dal territorio dell'Ucraina, il ritorno a casa di tutti i soldati, la protezione dei soldati di leva dalla partecipazione a qualsiasi ostilità, l'adozione di una legge sulla prevenzione della violenza domestica, un degno sostegno materiale per l'infanzia e la maternità.

Allegati

1 - Lettera ai parlamentari per dialogo on line il 20 marzo

2 - Appello referendum "RIPUDIA LA GUERRA"

3- Appello delle madri russe contro la guerra

Maggiori INFO: coordinamentodisarmisti@gmail.com cell. 340-0736871

Sede: c/o Lega obiettori di coscienza via Pichi 1, 20149 Milano - tel. 02-5810.1226

Siti internet:

www.disarmistiesigenti.org

https://disarmistiobiettori.webnode.it

Sostegno con firma on line:

https://www.petizioni.com/nonsiamoinguerra-nosanzioni/

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UE: MELONI AL SENATO IL 21 MARZO E ALLA CAMERA IL 22 MARZO PER COMUNICAZIONI SU CONSIGLIO EUROPEO ED UCRAINA. 

Il PD della Schlein incalzato e "saggiato" sull'atlantismo.

LA SOCIETA' CIVILE FACCIA INVECE PRESSIONE – VERSO TUTTA LA POLITICA – SULLA SVOLTA PER UN PACIFISMO ESIGENTE E COERENTE

Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, i prossimi martedi 21 marzo e mercoledì 22 marzo alle 9:30 terrà le comunicazioni alla Camera sul Consiglio europeo in programma a Bruxelles il 23 e il 24. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio.

Da parte dei commentatori politici l'appuntamento è stato inquadrato come un momento discriminante relativamente alla natura e all'assetto degli equilibri politici vigenti.

Sulla guerra in Ucraina il governo guidato dalla Meloni chiederà chiarezza filo-Kiev e filo-NATO, in particolare al Pd, ora capeggiato dalla nuova segretaria Elly Schlein; ma, a ben vedere, anche agli stessi alleati di Fratelli d'Italia, Forza Italia e Lega.

Ci si perdoni il linguaggio da infotainment: alla Camera arriverà il decreto "umanitario" sull'Ucraina ma l'appuntamento per "stanare" la "suocera" Schlein sulla posizione dei "democratici" in merito (ma anche le "nuore" Salvini e Berlusconi) è, appunto, quello del 21 e 22 marzo, quando il presidente del Consiglio Meloni riferirà in Aula prima del prossimo Consiglio europeo di Bruxelles. Per quell'occasione verrà preparata una risoluzione ad hoc per capire se ci sarà, come c'è stata finora, la sponda del Partito democratico, ben differenziata dalla opposizione "pacifista" del Movimento 5 Stelle.

(La UE sta ad esempio valutando un aumento di 3,5 miliardi di euro, successivo a un aumento già stabilito di 2 miliardi, al FONDO EUROPEO PER LA PACE, lo strumento che finora ha permesso di fornire all'Ucraina 3,6 miliardi di euro in armi. L'aumento dei 2 miliardi dovrebbe essere destinato  alla fornitura di munizioni da 155 mm, un miliardo per quelle già pronte e un miliardo per le nuove in produzione. L'ok politico per i 3,5 miliardi aggiuntivi lo si aspetta invece proprio dal summit del 23 e 24 marzo).

Da parte di Disarmisti esigenti & partners, e si spera da parte del pacifismo esigente, la pressione dovrà essere in direzione contraria: portare quanto più PD possibile, auspicabilmente tutto, e quanti più deputati in ogni partito, ad abbracciare una posizione che lavori per la pace per il tramite della pace. (Questa contraddizione, a lavorarci bene, potrebbe essere approfondita nello stesso schieramento governativo di centro-destra attraversato dal "pacifismo utilitaristico").  Lo abbiamo già scritto nel volantino che abbiamo distribuito alla manifestazione del 5 novembre 2022 (corteo svoltosi nella capitale Roma che paradossalmente non chiedeva nulla al governo italiano): se le armi devono tacere, esse non devono essere apparecchiate per i belligeranti, per chi dà loro la parola, per chi le usa.

Riportiamo ancora da quel testo: "Non le si fornisca, da parte dell'Italia, ai russi e nemmeno le si fornisca all'esercito ucraino, che non siamo affatto obbligati a sostenere se vogliamo sostenere il popolo ucraino. La differenza il popolo italiano l'ha colta, quando per il 75 % manifesta contrarietà al coinvolgimento armato anche indiretto nella guerra in corso".

Continuava ancora quel documento: "All'unità nazionale dei partiti noi possiamo rispondere con l'unità popolare che va a fare sentire la sua voce a Montecitorio e Palazzo Madama. La ragione ci sembra chiara. Non vogliamo alimentare il mostro orrendo della guerra. Non un cannone, non un soldo, non un soldato per essa! L'umanità deve porre fine alle guerre o saranno le guerre, sarà questa guerra, a porre fine all'umanità!".

Le posizioni del Parlamento sull'invio delle armi all'Ucraina sono riassunte nella scheda sotto riportata, tratta dal sito web OPENPOLIS.

Per quanto ci riguarda, Disarmisti esigenti & partners, abbiamo tenuto fede all'impegno proclamato nello striscione portato in piazza il 5 novembre: "Riconvochiamoci, quando si vota in Parlamento, per protestare contro l'invio di nuove armi all'esercito ucraino".

Abbiamo infatti organizzato, dedicandoli ad Antonia Sani, ed in collaborazione con altre forze nonviolente, presidi e digiuni di coerenza pacifista a Roma il 13 dicembre 2022 e, nel 2023, il 13 gennaio, il 24 gennaio e il 24 febbraio. Ora saremmo, purtroppo, alla quinta mobilitazione che porteremo avanti con lo spirito determinato di sempre.

Ci rifacciamo sempre al documento originario: "Dare voce alla maggioranza inascoltata del popolo italiano: stop, appunto all'invio di armi, fine delle sanzioni, no riarmo e disarmo atomico (a partire dalla ratifica del Trattato di proibizione delle armi nucleari), apertura – lavorando per un cessate il fuoco immediato - di spazi percorribili per la soluzione della guerra in Ucraina, lotta per lo scioglimento dei blocchi militari e immediata connessione tra "fine del mese" e "fine del mondo". La lotta alla guerra, in parole povere, va agganciata alle conseguenze in termini di crisi economica e deterioramento delle condizioni di esistenza, carovita e carobollette, crisi energetica e crisi alimentare".

Il volantino faceva infine riferimento agli slogan dello striscione che abbiamo portato e continueremo a portare in piazza:

"OGGI NON ESISTONO GUERRE GIUSTE (PAPA FRANCESCO)

Fermate subito i combattimenti, intervenga l'ONU per negoziare una tregua e prevenire una escalation nucleare.

Custodiamo, esseri umani cooperanti, la Terra sofferente".

Più la frase, già riportata, sulla riconvocazione ogni volta che le sedi istituzionali decidono concretamente in merito alla guerra.

Organizziamo quindi, DE & partners, una conferenza stampa dei digiunatori e dei loro sostenitori - "portavoci del popolo" perché espressioni del sentimento pacifista della maggioranza degli italiani - in  Piazza dell'Esquilino dalle ore 11:00 alle 12:00 nel contesto di un presidio, sempre nella medesima piazza, che dovrebbe protrarsi dalle ore 8:00 fino alle ore 18:30.

Abbiamo rivolto l'invito a partecipare e contribuire a: Servizio Pubblico (ci sostiene per la diffusione), Campagna Stop RWM, Comitato Referendario RIPUDIA LA GUERRA, Per la Scuola della Repubblica, UN PONTE PER, Rete SCIOGLIAMO LA NATO, Libreria delle Donne. E ad altri soggetti di movimento.

Cosimo Forleo illustrerà i lavori in corso per promuovere un referendum popolare "ripudia la guerra". Il referendum consisterebbe in tre quesiti riguardo l'abrogazione delle disposizioni sull'invio di armi all'Ucraina contenute nell'art. 2 bis della Legge 28/2022 e nell'art.1 della legge n. 8/2023; nonché delle disposizioni contenute all'art. 1, comma 6, lettera a) della legge 185/1990 che ammettono eccezioni al divieto di invio di armi ai Paesi in stato di conflitto armato.

Disarmisti esigenti & partners, in prima fila UN PONTE PER, partecipano in Italia Campagna "Object War" promossa a livello internazionale dalla War Resisters' International, EBCO-BEOC, IFOR e Connection. A Londra siamo in contatto con il gruppo PAYDAY MEN'S NETWORK nell'ambito di GLOBAL WOMEN'S STRIKE.

Invitiamo tutti i cittadini europei ad unirsi allo sforzo globale per garantire protezione e asilo a obiettori di coscienza e disertori di Russia, Bielorussia e Ucraina coinvolti nella guerra in corso nella regione. Sono una nostra speranza per spegnere il fuoco della guerra e far prevalere la pace!

Sottolineiamo l'importanza di sostenere e diffondere l'appello delle mamme dei soldati russi (Movimento di resistenza femminista contro la guerra) che esige il ritiro delle truppe dal territorio dell'Ucraina, il ritorno a casa di tutti i soldati, la protezione dei soldati di leva dalla partecipazione a qualsiasi ostilità, l'adozione di una legge sulla prevenzione della violenza domestica, un degno sostegno materiale per l'infanzia e la maternità.

Una novità importante di cui tenere conto riguarda una recente presa di posizione contro l'invio della armi a Kiev da parte della CGIL. Gli aiuti militari, secondo il segretario generale Maurizio Landini "servirebbero a prolungare l'agonia dell'Ucraina. Invece è indispensabile la trattativa". La CGIL ovviamente si è portata dietro anche la Rete italiana pace e disarmo. Ma il punto è vedere se alle nuove prese di posizione, più chiare rispetto al vuoto pregresso, faccia seguito una volontà di impegnarsi su obiettivi e percorsi concreti che fino ad adesso è mancata del tutto. Magari il 22 marzo si prenderà atto di un positivo cambiamento comportamentale. Uno su cento di quelli scesi in piazza il 5 novembre, solo di romani, farebbero una differenza di peso significativa ed avvertibile: la pressione visibile sui rappresentanti istituzionali modificherebbe il quadro narrativo e farebbe esplodere le contraddizioni politiche che covano dappertutto sotto la cenere ...

 

Con il richiamo ad aggiungersi on line ad essi (si può firmare al link: https://www.petizioni.com/nonsiamoinguerra-nosanzioni/ ), si ricordano infine i firmatari originari della nostra proposta:

Alfonso Navarra – portavoce dei Disarmisti esigenti

Patrizia Sterpetti – presidente WILPF Italia

Daniele Barbi – comitato antinucleare di Treviri

Carla Biavati – Rete IPRI-CCP

Ennio Cabiddu – obiettore di coscienza alle spese militari, LDU Sardegna

Sandra Cangemi - Cooperazione Nord/Sud

Mario Di Padova – presidente LOC

Giuseppe Farinella – Il Sole di Parigi

Cosimo Forleo – Per la Scuola della Repubblica

Angelo Gaccione - Odissea

Giampiero Monaca – Bimbi svegli

Antonella Nappi – Donne, difendiamo la salute

Elio Pagani – Abbasso la guerra

Vittorio Pallotti – CDMPI Bologna

Totò Schembari - Marcia dei Girasoli Comiso-Niscemi

Oliviero Sorbini e Ennio La Malfa -

Marco Zinno – Radio Nuova Resistenza

… e altri che si sono via via aggiunti con il supporto di personalità come Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Luigi Mosca e Angelica Romano

(e una schiera di attiviste/i di punta, come ad esempio, Federica Fratini, Marco Palombo, Tiziano Cardosi - Sandro Ciani - Beppe Corioni – Alfonso Di Stefano - Abramo Francescato – Angelo Gaccione - Marco Paolo Giorgino - Teresa Lapis – Roberto Maggetto - Giuseppe Natale - Franca Niccolini - Rosa Omodei - - Renato Ramello - Valentina Ripa - Fabio Strazzeri …)

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Come il nuovo parlamento si è pronunciato sul conflitto ucraino - Openpolis

  • Il nuovo parlamento emerso dal voto del 25 settembre 2023 ha già votato su 2 decreti legge che riguardano il conflitto in Ucraina.
  • Il primo è stato approvato con i soli voti contrari del M5s e di Avs.
  • Su questo provvedimento, nel Partito democratico si sono registrati 5 voti ribelli (di cui 2 per errore).
  • Il secondo è stato approvato con i voti contrari di M5s e Avs e l'astensione di Pd e Azione-Iv.

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Rassegna stampa

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Un nuovo protagonista politico fa capolino, il trasversale "pacifismo utilitaristico".

Presenza testimoniale del pacifismo esigente in piazza dell'Esquilino.

Una minirassegna stampa dei quotidiani in edicola il 23 marzo 2023

Di Alfonso Navarra

"Armi e non solo. Alla Camera il match incrociato dei partiti".

Questo il titolo del pezzo de "Il Manifesto", del 23 marzo 2023, a firma di Andrea Colombo, dedicato alla premier che comunica alla Camera, dopo il Senato, in vista del Consiglio europeo del 23 e 24 marzo.

Il giornalista osserva: "L'Ucraina è un nodo reale, il più intricato che ci sia oggi, ma è anche uno strumento da adoperare (per la contesa sulle nomine- ndr). Matteo Salvini la usa per tenere la premier sulla corda". E questo si manifesta attraverso la simbologia dei ministri leghisti non presenti sul banco del governo.

Nell'evento però non è infondato vedere una certa insofferenza del partito di Salvini per la posizione espressa in Senato da Giorgia Meloni sull'invio di armi a Kiev.

Già al Senato il capogruppo Massimiliano Romeo …

Al netto di questo teatrino sul vuoto, alla fine rattoppato, dei leghisti tra i banchi del governo, al momento del voto sulle risoluzioni non si è registrata nessuna sorpresa, col documento di maggioranza approvato senza problemi e quello del Terzo Polo di AZIONE+IV parzialmente sostenuto anche dal centro-destra (il documento si è votato per parti separate).

Ettore Rosati di IV: "Lei, signora Meloni, si può permettere la sua posizione netta perché c'è un pezzo di opposizione che condivide questa linea".

Le opposizioni, come al Senato, si sono schierate in ordine sparso alla Camera. Ma con intenzioni presuntamente pungenti nelle loro accuse. Si è già citata la disponibilità di Calenda-Renzi a fare da sponda militarista. Ma anche il PD di Elly Schlein, che si è fatta notare per la sua assenza, si è buttato a giocare sulle crepe del centrodestra. Ricorda Enrico Borghi che "Meloni dice in aula che dobbiamo arrivare al 2 per cento delle spese militari sul PIL e il capogruppo della Lega Romeo dice l'opposto".

Marianna Madia: "Tenga d'occhio i suoi alleati, noi faremo altrettanto dalla nostra parte".

Ma è evidente che il PD su questo punto delle armi a Kiev sconta le difficoltà e l'imbarazzo della sua neosegretaria.

Commenta Andrea Colombo: "Scegliere (da parte della Schlein – ndr) di non parlare non è una gran bella figura. (La sua controfigura Madia-ndr) non spiega perché, essendo del tutto d'accordo, il PD non vota la parte della mozione di maggioranza sulla guerra, come fa invece il Terzo Polo. È un autogol e un passo falso da parte della nuova segretaria dem che di fatto ha lasciato ieri la bandiera di speaker dell'opposizione a un Conte in ottima forma".

Ma come è possibile coprire con spiegazioni posticce una incoerenza palese, caro Colombo?

È il Fatto quotidiano che, come al solito, fa da cassa di risonanza all'intervento di Giuseppe Conte.

Titolo dell'articolo a firma di Luca De Carolis: "Conte attacca: L'Italia in guerra, la premier è una faccia di bronzo".

"Il 1° marzo 2022 il Parlamento approvò un decreto che autorizzava Draghi a inviare forniture militari all'Ucraina, ma con precisi limiti. Noi, 5 Stelle, non senza tormenti di coscienza, decidemmo di non abbandonare un Paese aggredito, nella convinzione che alle armi si affiancasse una forte iniziativa diplomatica. Ma oggi possiamo dire che quei limiti e quelle premesse sono stati traditi, prima da Draghi e adesso dal suo esecutivo, che è la brutta copia del governo Draghi".

Conte insiste: "Ci state trascinando in guerra, per inseguire una vittoria militare sulla Russia". Osserva De Carolis: sono parole rivolte anche al PD, che non cita.

Giorgia Meloni replica con delle domande da rivolgere a chi parla di pace "facendo propaganda sulla pelle di una popolazione sovrana".

"Quali sono le condizioni per aprire un tavolo di trattativa? Ritenete che si debbano rivedere i confini dell'Ucraina oppure no?"

Condizioni non ce ne devono essere, a parte il cessate il fuoco delle parti belligeranti. È questa una convinzione dei pacifisti, almeno dei pacifisti "esigenti" (quelli del presidio in piazza dell'Esquilino), ma anche di una strana corrente di pensiero "trasversale" che si sta profilando.

Potremmo chiamarla del "pacifismo utilitaristico".

La può esprimere, ad esempio, un convegno tenuto nei pressi di Montecitorio organizzato da "Avvocatura in missione", che ha riunito uno schieramento trasversale – Romeo (Lega), Delrio (PD), Patuanelli (M5S), Gasparri (FI) e Alemanno - per ribadire l'esigenza di andare oltre la ricerca della soluzione armata.

Ne riferisce il quotidiano Avvenire in un articolo a firma di Alessia Guerrieri. Titolo: "Nasce il fronte trasversale che chiede una mozione per favorire la pace"

L'idea è quella di una mozione parlamentare unica "che chieda al governo un'azione diplomatica forte a livello europeo, prima per il cessate il fuoco e poi per la fine definitiva della guerra, "costringendo" le parti a trattare".

Ecco quanto Romeo "preoccupato" chiede alla premier Meloni: "approfittando di questo momento di stallo del conflitto, cerchiamo una via diplomatica per chiedere uno sforzo europeo almeno per la tregua".

Graziano Del Rio: "Un anno fa era comprensibile inviare armi per sostenere il diritto alla resistenza. Ma ora è necessario che la grande assente – l'Europa – prenda la sua iniziativa di pace. Su questo tema deve esserci un dialogo trasversale".

Patuanelli dei Cinque Stelle, propone gli stessi toni. "Oggi se deve lavorare per una tregua e poi fare sedere gli attori intorno a un tavolo". A suo parere, la fine dell'invio di armi può rappresentare l'unico elemento di discontinuità per iniziare a ragionare di pace".

Maurizio Gasparri: "Va evitato che la Russia finisca nelle braccia della Cina. Spero si torni allo spirito di Pratica di Mare, cioè leali nel posizionamento, ma non ottusi nel ragionamento".

Don Stefano Caprio: "Bisogna rimettere al centro l'idea di una trattativa di pace, magari utilizzando la via proposta dal Papa, con la Chiesa come mediatore".

Gianni Alemanno, portavoce del Comitato "Fermare la guerra": "Se l'Italia non agirà nel senso di chiedere il cessate il fuoco, offrendo la sospensione dell'invio di armi, il Comitato "Fermare la guerra" è pronto a raccogliere le firme e ad aderire al quesito referendario "ripudia la guerra".

Il pacifismo si fa vivo con Milex che mostra la sua natura professionale e fa i suoi calcoli tecnici.

Luca Liverani intervista su Avvenire Francesco Vignarca: "Gli aiuti militari sono già costati all'Italia quasi un miliardo di euro".

Articolo interessante per chi ricerca stime economiche da ragioniere dei conti pubblici. Ma da "persuasi", attivisti guidati intelletto, passione e volontà concordanti, può bastare la dichiarazione fornita all'inizio del 2023 dal ministro degli esteri Antonio Taviani: "L'aiuto che abbiamo dato all'Ucraina ammonta a circa 1 miliardo di euro di controvalore in armamenti"

Il pacifismo esigente è raccontato, da Luca Liverani, sempre su Avvenire del 23 marzo, quando si riferisce del "presidio pacifista contro il decreto sulle armi a Kiev".

Ecco una parte del testo:

"A manifestare c'erano i rappresentanti dei Disarmisti esigenti (membri di ICAN, la rete per la proibizione delle armi nucleari, premio Nobel per la pace 2017. Con loro anche Per la scuola della Repubblica e WILPF Italia.

(…)

Inviare armi è utile solo a esasperare il conflitto – ha detto Alfonso Navarra – e danneggia il popolo ucraino, gettando benzina sul fuoco della guerra. Siamo contro l'escalation e per la difesa nonviolenta del popolo ucraino. L'Italia – ha sottolineato – dovrebbe ripudiare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, come dice l'articolo 11 della Costituzione. E papa Francesco ci ricorda che "non esistono guerre giuste". Al presidio è stata annunciata la promozione di un referendum popolare contro l'invio di armi all'Ucraina, con una raccolta dopo Pasqua. Le organizzazioni presenti hanno infine ribadito il loro sostegno alla campagna internazionale Object War lanciata da War resister's international (di cui è testimonial anche Michele Santoro). "Agli obiettori di coscienza e ai disertori russi e ucraini va riconosciuto il diritto d'asilo in Europa".

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Il Sole 24 Ore di mercoledì 8 marzo 2023 - articolo a firma di Beda Romano

PRONTO IL PIANO UE DI ACQUISTO CONGIUNTO DI ARMI PER L'UCRAINA 

LA PROPOSTA DI BORRELL

COORDINAMENTO AFFIDATO ALL'AGENZIA EUROPEA DI DIFESA

USATO IL FONDO PER LA PACE

Sta compiendo passi avanti l'idea di acquisti congiunti di armi da inviare in Ucraina in modo da rifornire Kiev nella sua guerra contro Mosca. I ministri europei della Difesa saranno chiamati oggi a discutere una proposta dell'Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Josep Borrell. La questione verrà poi trattata a livello di leader a fine mese. Nel frattempo, la Commissione europea sta studiando meccanismi per aumentare le capacità di produzione dell'industria europea. «Abbiamo ricevuto l'urgente richiesta ucraina di nuove munizioni da 155 millimetri», ha spiegato ieri a un gruppo di giornalisti il commissario al mercato unico e all'industria Thierry Breton. La soluzione che verrà presentata ai ministri sarà «ambiziosa, pragmatica e veloce». Più in generale, ha aggiunto il commissario, il tentativo dei paesi membri deve essere «di mutualizzare un po' di più» un settore, quello militare, che è stato ostaggio per decenni degli interessi prettamente nazionali.

Secondo le informazioni raccolte a Bruxelles, a ridosso di un incontro ministeriale a Stoccolma, il piano comunitario si basa su due pilastri. Il primo prevede che i Ventisette trasferiscano a Kiev parte dei loro depositi di munizioni. L'Alto Rappresentante proporrà ai ministri di usare un miliardo proveniente dal Fondo europeo per la pace (EFP) per rimborsare fino al 50-60% del materiale inviato all'Ucraina dai paesi membri. Il secondo pilastro riguarda la produzione di nuove munizioni. Secondo la proposta, si tratta di chiedere all'Agenzia europea di Difesa (EDA), nata per promuovere il coordinamento tra i paesi membri in ambito militare, di raccogliere le richieste dei governi, e di negoziare a nome con le società produttrici il prezzo, la quantità e la tempistica. «L'acquisto vero e proprio verrebbe poi effettuato dai singoli governi sulla falsariga di quanto fu fatto con i vaccini anti-Covid 19», spiega un funzionario comunitario. Anche in questo caso interverrebbe il Fondo europeo per la Pace con un ammontare di un miliardo di euro che verrà utilizzato per rimborsare ai singoli paesi membri fino al 50-60% di quanto verrà convogliato verso l'Ucraina. Il materiale acquistato dovrà essere europeo. I primi ordini potrebbero giungere già in maggio. Spiegava ieri il commissario Breton: «Abbiamo individuato 15 imprese produttrici di munizioni da 155 millimetri in 11 paesi». In una lettera inviata all'Alto Rappresentante, i vertici militari ucraini hanno recentemente precisato le necessità di Kiev nella guerra contro la Russia. Verrebbero sparate fino a 300-400mila pallottole al giorno. A questo proposito, i Trattati proibiscono di utilizzare denaro proveniente del bilancio comunitario per finanziare attività militari. Non per altro la proposta messa a punto dalla Commissione europea prevede di usare denaro fuori bilancio, che giunga dall'EPF. Nel contempo, i Ventisette sono arrivati alla conclusione che è necessario aumentare le capacità di produzione. «L'industria europea non è pronta alle esigenze di un conflitto ad alta intensità – ha spiegato ieri il commissario Breton –. Gli Stati membri accetteranno di donare le loro scorte all'Ucraina solo se avranno una chiara prospettiva dei tempi di rifornimento». «Abbiamo i siti produttivi e l'expertise. Dobbiamo aumentare le economie di scala», ha quindi aggiunto Thierry Breton. Tra le altre cose, Bruxelles vuole adottare «contratti certi» con le imprese della difesa; «monitorare gli sforzi compiuti dai produttori»; «risolvere i colli di bottiglia, soprattutto nella catena di produzione». Il commissario ha poi avvertito: «La nostra industria della difesa deve passare rapidamente alla modalità di una economia di guerra»

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Da L'INKIESTA 6 marzo 2023  (https://www.linkiesta.it/2023/03/giorgia-meloni-elly-schlein-ucraina-pd/)

A suo rischio e pericolo - Meloni proverà a stanare l'ambiguità di Schlein sull'Ucraina

Amedeo La Mattina 

Il 22 marzo, in Parlamento, la premier confermerà il sostegno a Kyjiv senza esitazioni (e nonostante gli alleati). La neo segretaria del Pd dovrà prendere posizione: le servirà un assist dicendo di no oppure dirà di sì rompendo il fronte con Conte?

Adesso Giorgia Meloni aspetta Elly Schlein al varco su Kyjiv. Le piazze, gli abbracci, le opposizioni che si ritrovano antifasciste, Elly che parlotta con Giuseppe Conte, che flirta con Maurizio Landini. Poi si arriva al dunque e davanti alla nuova leader del Partito democratico si presentano tracciate sull'asfalto della politica le linee rosse.

La prima sta arrivando: il 22 marzo la premier farà le sue comunicazioni nelle aule del Parlamento, alla vigilia del Consiglio europeo. Sarà la prima vera occasione per verificare il nuovo orientamento del Partito democratico e della sua nuova segretaria, salutata con entusiasmo dal popolo della sinistra e destinata a fare le scarpe ai Cinquestelle. È proprio qui che si inserisce la premier, refrattaria a gareggiare sul semplice e scontato piano del genere: Meloni versus Schlein. Lo trova stucchevole. Vuole invece stanare Elly sulle questioni che contano.

Il 22 marzo confermerà la linea di sostegno a Kyjiv, senza esitazioni, contro i dubbi (è un eufemismo) di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Per tutto il 2023 l'Italia continuerà a mandare armi e sostegno economico a Volodymyr Zelensky grazie al decreto votato a fine 2022. Non c'è ancora bisogno del settimo decreto per finanziare altri aiuti, ma la durata della guerra purtroppo richiederà un altro provvedimento e un'altra spesa.

E intanto potrebbe aumentare il distacco della maggioranza degli italiani, potrebbe crescere la contrarietà di quella parte dell'opinione pubblica che sente lontano il conflitto ucraino per vari motivi, sentimento di pacifismo o meno che sia. E sarà a quel punto che la strettoia diventerà sempre difficile sia per Elly che per Giorgia. Ma il 22 marzo sarà il primo momento della verità e delle spade che si incrociano.

La maggioranza intende presentare una risoluzione per confermare l'impegno a sostenere Kyjiv. Schlein che farà? Non potrà certo votare la risoluzione del centrodestra. Dovrà presentarne una sua e sbilanciarsi sul peso che intende dare all'azione diplomatica. La scena parlamentare per Meloni è ideale per mettere in difficoltà gli avversari, se Giuseppe Conte avrà – e l'avrà – la "felice" idea di presentare una mozione tutta piegata sullo pseudo-pacifismo. Il Partito democratico dovrà votare contro o astenersi, servendo un assist al governo.

Meloni aspetta tutti su questo crinale. Punta a far emergere l'ambiguità della segretaria dei democratici. Ambiguità che rimarrà confinata all'Ucraina e destinata a diventare contrarietà nei confronti dell'invio di altre armi con il settimo decreto. Finendo per alimentare il dissenso dentro la stessa maggioranza. Tutto dipende da quanto a lungo durerà la guerra, se malauguratamente dovesse aggravarsi. Potrebbe succedere che Meloni si troverà in una posizione di solitudine anche dentro i suoi confini politici.

Tra pochi giorni in Parlamento alcune cose saranno chiare. La maggioranza si stringerà attorno al suo premier alla vigilia del vertice europeo e Meloni, sentendo l'odore del sangue politico, vorrà stressare al massimo le divisioni dentro il Partito democratico. Non ci metterà un secondo a dare ai capigruppo di Fratelli d'Italia disposizioni per presentare una risoluzione netta. La pacifista Schlein sarà costretta a dire la sua, a barcamenarsi tra pace e guerra, a trovare un equilibrio nel suo partito.

Magari non sarà la nuova segretaria a fare un regalo alla premier, ma viceversa, dal momento che l'umore degli italiani sta prendendo una piega verso il disimpegno. Meloni rischia di non trovarsi più in una posizione di forza.

CALP CALLING

Potrebbe essere un'immagine raffigurante in piedi, attività all'aperto e il seguente testo "LAVORATORI"

IL COLLETTIVO AUTONOMO DEI LAVORATORI PORTUALI  DI GENOVA CHIAMA IL 25 FEBBRAIO 2023 A UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA GUERRA

L'ORGANIZZAZIONE PERSEGUE UN RUOLO POLITICO ANTIMILITARISTA COMPLESSIVO A PARTIRE DAL BOICOTTAGGIO CONCRETO DEI TRAFFICI DI ARMI, DEL LORO BUSINESS E DELLE ATTIVITA' BELLICHE IN GENERALE 

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Cosa è il Collettivo autonomo portuali di Genova

Il CALP è un collettivo di una ventina di "compagni" con esperienza sindacale alle spalle, di provenienza "comunista", o dell'autonomia operaia, o anarchici. Il punto in comune di tutti i lavoratori del porto di Genova è il sentimento antifascista e tramite quello, declinando “il tema” secondo le varie visioni e portando avanti la linea e la questione di principio per cui si è antifascisti tutto l’anno e non solo il 25 Aprile o il 1° Maggio, il collettivo è riuscito  a portare su larga scala la questione dell’antimilitarismo coinvolgendo i lavoratori.  L'antimilitarismo, si badi bene, non è nonviolento: non si è affatto contrari alle armi, e al commercio delle armi, in tutte le situazioni. Al contrario, il CALP è favorevole al fatto che comprino armi Paesi come il Venezuela, Nord-Corea, Iraq, Cuba, ecc. "perché lo fanno per difendersi dalle aggressioni dei paesi imperialisti, non per attaccare". Un altro discorso, secondo il collettivo, è quando lo  Stato italiano usa il business delle armi e le vende per fare una guerra come quella in Yemen che è uno tra le più sanguinose degli ultimi anni, in cui il tasso di civili uccisi è altissimo.

(Dal punto di vista dell'antimilitarismo nonviolento possiamo comunque considerare questa organizzazione, pur con tutte le sue contraddizioni ideologiche, un esempio di cosa significa aggregarsi da una realtà sociale di base, mobilitandosi - ormai sono quasi due anni! -  contro le navi da guerra che attraccano a Genova, attuando una sorta di controllo popolare di quello che passa dal porto).

In che modo le mobilitazioni che il collettivo sta portando avanti si inseriscono nell’opposizione al governo  Meloni?

Gli obiettivi riguardano i diritti sindacali, tipo abolire il Jobs Act, o ripristinare l'articolo 18; ma anche i decreti repressivi sia per quanto riguarda i conflitti sociali sia sull'immigrazione. La denuncia è la continuità con il precedente governo Draghi anche nella subalternità atlantista, "fallimentare per lo stesso futuro della UE".

Il coinvolgimento del nuovo governo nelle politiche belliciste porta alla devastazione sociale, ed anche le piccole partite IVA sarebbero da difendere.

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Guerra alla guerra! Pace tra i popoli!

L'assemblea del 28 gennaio, con la presenza di diverse realtà territoriali, ha lanciato un appello ad una manifestazione nazionale contro la guerra il 25 febbraio, praticamente l'anniversario dello scoppio del conflitto in Ucraina, all'insegna dello slogan: "GUERRA ALLA GUERRA! PACE TRA I POPOLI!

La radice della guerra starebbe nella crisi del capitalismo guidato dagli USA, impegnati nello scontro per l'egemonia mondiale scopo sfruttamento dell'intero Pianeta. Il complesso militare industriale sarebbe tra i molti responsabili dell'escalation bellica in corso.

Qui di seguito l'appello che ha promosso l'assemblea.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante testo

Qui il resoconto dell'assemblea redatto da Gregorio Piccin (rifondazione comunista)

L’assemblea di ieri convocata dal Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) per organizzare a Genova una mobilitazione nazionale il prossimo 25 febbraio contro la guerra e il traffico di armi ha visto una partecipazione straripante e forse inaspettata. La sala messa a disposizione dal Calp presso il Circolo dell’autorità portuale di Genova non ha potuto contenere le oltre cento persone che hanno partecipato all’assemblea.

Presenti in video conferenza anche gruppi e collettivi da Torino, Padova, e Cagliari. Centri sociali della città come il Zapata (che sta battagliando contro lo sgombero) e l’Askatasuna di Torino si sono alternati negli interventi con esponenti di Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Rete dei comunisti, Unione popolare e di sigle del sindacalismo di base come Usb, molto attive nel contrasto diretto alla “logistica di guerra”.

Tutti hanno confermato l’adesione all’iniziativa del Calp per costruire insieme una grande manifestazione nazionale il prossimo 25 febbraio.

Tra le proposte avanzate l’apertura alle realtà cattoliche di base e il dialogo con chiunque sia contrario all’economia di guerra in cui il governo Meloni, in continuità con Draghi, ha precipitato il Paese aggravando la crisi sociale in atto.

“Siamo maggioranza” è stato detto riferendosi ai recenti sondaggi che vedono il 70% degli italiani contro l’invio di armi all’Ucraina, Leopard compresi.

“Sempre al fianco del Calp” hanno dichiarato gli studenti medi dell’Opposizione studentesca d’alternativa in un applauditissimo intervento in cui hanno ricordato come la militarizzazione nelle scuole passi anche attraverso l’alternanza scuola lavoro presso la sede genovese di Leonardo.

Il coordinamento nazionale porti di Usb (presente oltre che a Genova anche a Livorno e Civitavecchia) ha annunciato uno sciopero generale a copertura della manifestazione.

Condivisa da molti interventi la critica a un pacifismo troppo generico, che non ha il coraggio di affrontare le trasversali responsabilità di guerra del nostro Paese, prima fra tutti l’invio di armi con l’unico effetto di prolungare l’inutile strage.

“Guardarsi allo specchio” e combattere la co-belligeranza dell’Italia è stato infatti il senso comune emerso dalla gran parte degli interventi, anche perché questa belligeranza sta affossando l’economia e viene fatta pagare principalmente a lavoratori e lavoratrici. Intanto il governo non fa nulla per mettere la museruola alle speculazioni sulle bollette che stanno producendo extra-profitti stellari per le multinazionali di bandiera.

Stoccate nel merito anche alla Fiom-Cgil che sulla questione centrale del comparto militare industriale marca uno schiacciamento tendenzialmente corporativo (come del resto le altre sigle confederali) sulle politiche industriali del management, che da Moretti a Profumo hanno trasformato Finmeccanica in una holding dell’hi-tech militare. Nessuna prospettiva alternativa alla trasformazione dell’industria militare in un finanziatissimo pilastro della politica estera italiana. Una contraddizione gigantesca che pesa come un macigno perché il ricatto guerra-lavoro e ambiente-lavoro deve essere spezzato. L’ultimo “brindisi” dei confederali per una grossa commessa militare è peraltro arrivato proprio qualche giorno fa a Palermo, dove è stata consegnata una nave da guerra nuova di zecca realizzata da Fincantieri e consegnata alla marina del Qatar.

Senza il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori dei settori dell’industria e della logistica, cruciali per la belligeranza voluta da un trasversale ceto politico guerrafondaio, il movimento pacifista non sarà mai in grado di imporre un’inversione di rotta.

In questo senso, hanno detto i camalli genovesi, il 25 febbraio sarà allo stesso tempo “proseguimento e tappa di un percorso che viene da lontano”.

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Il network internazionale cui fa capo il CALP

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 12 persone e il seguente testo "Stop the War coalition Trade Union Conference 2023 THE WORLD OPEN TRADE To ALL AT WAR MEMBERS! UNION -A TRADE UNION ISSUE Mick Whelan GeneraSecretary ndsey German SCoe Kevir Capacity Shelly Asquih President Riccardo Torre President Salma aqoob Jose Daniel Zahedi SAT SAT21SJAN JAN 2023 HAMILTON HOUSE. LONDON"

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Il retroterra "tecnico": THE WEAPON WATCH (Osservatorio europeo sulle armi nei porti europei e mediterranei)

Animatore in Italia è Carlo Tombola.

email: info@weaponwatch.net. resp.: Carlo Tombola (tel. ++39 349 6751366)

IL PROGETTO WEAPON WATCH

La costituzione a Genova di The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo risponde a una necessità ed è una conseguenza.

È una conseguenza del caso della nave saudita «Bahri Yanbu», che ha fatto il giro del mondo. Ed è una necessità, perché il sistema dei media ha poche occasioni di venire a conoscenza della realtà dell’economia di guerra, realtà pervasiva e quotidiana ma ampiamente rimossa.

Cosa abbiamo imparato. Del blocco della «Bahri Yanbu» si sono occupate anche testate importanti come Le Monde Diplomatique e Jacobin. Qui basta ricordare che all’origine vi è stata la pubblicazione di un rapporto segreto dei servizi d’informazione militari francesi da parte del sito di giornalismo investigativo Disclose. Più rilevante ancora è stata la mobilitazione transfrontaliera che ha coinvolto diversi soggetti indipendenti in Belgio, Francia, Spagna, Italia, che hanno seguito i movimenti della “nave delle armi”, fino al blocco sulle banchine del porto di Genova.

Sullo sfondo la guerra dimenticata del Yemen, asimmetrica e soprattutto criminale, condotta dall’Arabia Saudita e sostenuta dai suoi alleati nel Golfo e in Occidente in violazione delle Convenzioni di Ginevra, della Carta dell’ONU, del Trattato sulle armi convenzionali, firmati dagli stessi paesi che non hanno cessato di fornire armi e bombe usate contro i civili yemeniti.

Cosa abbiamo attorno. Mentre i governi dell’Unione Europea si palleggiano il problema dei migranti – vero fattore di dis-integrazione europea –, le guerre senza fine innescate dagli Stati Uniti stanno producendo effetti socio-economici permanenti. I bilanci degli Stati spostano risorse verso le spese militari, le opinioni pubbliche sono assuefatte alle immagini e alla cultura della guerra, le liste della destra radicale e identitaria progrediscono quasi ovunque nel mondo occidentale.

A 70 anni dalla fondazione della NATO, pensiamo sia ormai chiaro che lo scopo difensivo originario – se mai ci fu – è stato palesemente contraddetto da numerose guerre, condotte con armi, soldati e intelligence “atlantici” per scopi di dominio violento, dalla Iugoslavia al Kurdistan recentemente invaso dall’esercito turco.

Su cosa dobbiamo puntare l’attenzione. Senza altre armi che non siano la conoscenza, l’informazione, l’internazionalismo, la solidarietà; senza altri strumenti che non siano quelli digitali; il nostro programma è costruire reti che oltrepassino muri e frontiere e svelino ciò che è già evidente: tutto il sistema produttivo globale opera come un gigantesco macchinario militare e militarizza i rapporti di produzione al ritmo forsennato di “The World on Time” (il vecchio slogan di FedEx), mentre d’altra parte gli eserciti vengono ormai gestiti come aziende, come industrie che producono guerra.

I porti sono al cuore del sistema militare-industriale mondiale, le supply chain lo innervano, la logistica lo organizza. Se è vero che tutte le merci collaborano allo sforzo della “terza guerra a pezzi” – dal petrolio al coltan, dalle automobili all’elettronica, dalle scorie radioattive ai generatori  –, le armi però rappresentano immediatamente il campionario di morte offerto sul mercato globale.

Dobbiamo e vogliamo osservare le armi che transitano nei porti, sia perché lì diventano meno nascoste, sia perché i lavoratori dei porti e i marittimi sulle navi non amano maneggiare queste merci mortifere, che passano sempre indisturbate anche laddove ai migranti – prime vittime delle armi esportate dai nostri ai loro paesi – viene impedito di sbarcare.

L’unica speranza che viene offerta alle masse dei poveri è la cooptazione nel mondo dei ricchi, ovviamente alle condizioni di questi ultimi, e per pochi fortunati. Per gli altri, la risposta è il “sistema Gaza” (controllo e repressione dei ghetti), che le aziende israeliane stanno felicemente esportando come combat-tested.

Vogliamo e dobbiamo conoscere meglio i prodotti e le tecnologie che le nostre imprese dicono di fabbricare per l’esportazione, ma che in realtà sono già rivolte contro di noi (ricordate L’Abicì della guerra di Bertolt Brecht?). Rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per scontato né accettarlo a tempo indeterminato.


STATUTO DELL’ASSOCIAZIONE THE WEAPON WATCH

https://www.weaponwatch.net/wpww/wp-content/uploads/2020/01/00_Statuto.pdf

 

OPPOSIZIONE ALLA GUERRA IN UCRAINA

INIZIATIVA DEL "DIGIUNO  DI COERENZA PACIFISTA" (DEDICATO AD ANTONIA SANI) CON PRESIDI DI SENSIBILIZZAZIONE CHE SI PROLUNGANO PER TUTTO IL 2023

PRIMO PASSO. 13 DICEMBRE

LARGO ARGENTINA ROMA, angolo via San Nicola de Cesarini  (ore 10:30-13:30)

VIALE TRASTEVERE ROMA Ministero dell'Istruzione (ore 17:00 - 18:30)

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SECONDO PASSO. 10 GENNAIO 2023

PIAZZA DELLA ROTONDA ROMA, vicino Pantheon (dalle ore 15:00 alle ore 19:00)

con presidi in varie città italiane _______________________________________

TERZO PASSO 23 - 24 GENNAIO 2023  

23 gennaio dalle ore 10:30 alle ore 13:30

PIAZZA DELLA ROTONDA ROMA, vicino Pantheon

24 gennaio dalle ore 16:00 alle ore 19:00 Assemblea on line

con presidi in varie città italiane 

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QUARTO PASSO - 24/25 febbraio 2023 ANNIVERSARIO DELLO SCOPPIO DELLA GUERRA IN UCRAINA (invasione del Donbass)  

con manifestazione nazionale a Genova convocata dal CALP e con presidi in varie città italiane

24 febbraio dalle ore 16:00 alle ore 19:00 Assemblea on line  

25 febbraio a Roma, a Piazza Madonna di Loreto (h 15:00-19:30); e a Porta Genova a Milano

Dopo la manifestazione del 5 novembre del "popolo della pace", si tratta ora, per impulso dei Disarmisti esigenti & partners, di costruire un ponte di dialogo e rappresentanza verso il "popolo italiano" in quanto tale. Il tema è mettersi "ALL'ASCOLTO DEL POPOLO PER RAPPRESENTARLO".  Su quattro punti, conformi ai nostri valori, cui i sondaggi degli stessi media con l'elmetto attribuiscono un consenso largamente maggioritario: no aiuti militari ai combattenti, negoziato subito senza condizioni, no riarmo meno che mai nucleare, no guerra economica mediante sanzioni che oltretutto fanno danni più a noi che al "nemico" russo. Abbiamo dispiegato, il 13 dicembre, in Largo Argentina e poi, il 10 gennaio, e quindi il 23 gennaio al Pantheon, lo striscione che abbiamo portato al corteo del 5 novembre: "NON CI SONO GUERRE GIUSTE (PAPA FRANCESCO). Fermate subito i combattimenti, intervenga l'ONU per negoziare una tregua e prevenire una escalation nucleare. Custodiamo, esseri umani cooperanti, la Terra sofferente. Riconvochiamoci, quando si vota in Parlamento, per protestare contro l'invio di nuove armi all'esercito ucraino".

Quei momenti di riconvocazione promessi nello striscione sono stati effettivamente messi in atto, continuano e continueranno. 

QUI maggiori info sulla iniziativa e le considerazioni sui presupposti culturali e politici "centenari" che consentono ai Disarmisti esigenti, per il tramite della LOC membro WRI, di evitare le "sbandate" del pacifismo contingente (spesso burocratico e mediatico) e di essere, con i partner stretti (in primo luogo WILPF Italia), gli unici, al momento, a proporre proteste di piazza, nei luoghi politicamente appropriati, contro le decisioni di invio di armi che coinvolgono l'Italia nella "Guerra grande" con epicentro Ucraina.

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Ci attendiamo, i Disarmisti esigenti promotori, i partners stretti come la WILPF Italia, che vari soggetti collettivi, collaboratori e convergenti, manifestino le loro prese di posizione, ciascuno con i suoi contenuti, le sue modalità, il suo stile

Mobilitazioni e iniziative intermedie (info sotto riportate):

4 e 5 febbraio, convegno "Il futuro è NATO?" presso il castello dei Missionari Comboniani (via delle Missioni 12) di Venegono Superiore (Varese)

11 febbraio, presidi alle sedi RAI contro la propaganda di guerra collegati alla contestazione del Festival di Sanremo

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24-25 febbraio 2023

L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA: FERMIAMO QUESTA FOLLIA! ESIGIAMO, NOI POPOLO, UNA ECONOMIA DI PACE!


in collegamento con la manifestazione di Genova per "abbassare le armi, alzare i salari"
Sono molte le realtà di base che stanno aderendo all'appello del Collettivo autonomo lavoratori portuali-CALP di Genova per una mobilitazione nazionale contro la guerra il 25 febbraio.
Una di queste è "Abbasso la guerra" di Varese che sta organizzando un pullman dalla cittadina lombarda verso Genova.
Noi disarmisti esigenti da tempo abbiamo deciso di coordinarci con questa mobilitazione del CALP che ha il merito di essere chiara nei contenuti (ce ne sono state altre molto partecipate ma del tipo: la pace è bella, la guerra è brutta) per il 24 e il 25 febbraio. Con i nostri partner, a cominciare da WILPF Italia, proseguiamo nel percorso per protestare fisicamente a ridosso dei luoghi istituzionali in cui si decide il coinvolgimento bellico dell'Italia nei suoi vari aspetti, a cominciare dall'invio delle armi all'esercito di Kiev.
Ecco perché a Roma organizziamo il quarto presidio il 25 febbraio dopo quelli del 13 dicembre 2022 , del 10 gennaio e del 23 gennaio 2023, quando si è discusso e approvato il decreto 185/2022 che predispone la cornice giuridica (la prosecuzione del "metodo Draghi") per inviare gli aiuti militari dell'Italia.
Quindi il 25 febbraio 2023 dalle ore quindici alle ore diciannove e trenta ci diamo di nuovo appuntamento in piazza della Madonna di Loreto per il presidio informativo di opposizione alla guerra.
Oltre al no all'invio delle armi, come ormai dovrebbe essere noto, cerchiamo di dare voce alla maggioranza degli italiani inascoltati da governo e parlamento su altri 3 punti: cessate il fuoco e trattative subito senza condizioni, no al riarmo convenzionale e nucleare, no a sanzioni distruttive e autodistruttive.
In aggiunta nonviolenta, non di espressione maggioritaria ma di positiva caratterizzazione politico-culturale, segnaliamo l'importanza della petizione internazionale "Object War" da sottoscrivere (https://you.wemove.eu/campaigns/russia-bielorussia-ucraina-protezione-e-asilo-per-disertori-e-obiettori-di-coscienza-al-servizio-militare); ed inoltre la possibilità, su cui stiamo lavorando, e annunciata dal palco del 5 novembre, di rilanciare una iniziativa di opzione fiscale.

Segnaliamo infinel'elaborazione, rispetto alla Guerra grande in corso, da parte della WILPF, di proposte di mediazione in attuazione della risoluzione ONU 1325/2000 che riconosce l'importanza del protagonismo delle donne nel promuovere processi di pace.

Per maggiori info: coordinamentodisarmisti@gmail.com   cell. 340-0736871

 


Considerazioni dei Disarmisti esigenti

Siamo alla vigilia del primo anno dall'invasione da parte russa dell'Ucraina, di fatto una guerra per procura tra Russia e NATO, e le notizie sulla prosecuzione del conflitto armato sono estremamente allarmanti.

Ci troviamo di fronte ad una escalation che può degenerare persino in confronto atomico, se le dinamiche in campo non vengono controllate, perché il percorso militare, come è stato tratteggiato al vertice di Ramstein del 20 gennaio, ha sbarrato ogni possibilità di soluzioni diplomatiche.

L'Italia è pedissequamente accodata al carro NATO trainato dagli USA, nonostante il suo popolo sia contrario ad ogni coinvolgimento bellico, e questo resistendo ad una martellante propaganda.

I Disarmisti esigenti ricordano i "quattro punti" su cui concordano la maggioranza degli italiani, continuamente citati dai grandi media, TV e stampa. Elenchiamoli per l'ennesima volta:

1- Non rifornire di armi e di aiuti militari l’esercito di Kiev (pur solidarizzando con il popolo martoriato dall’aggressione russa. Ma martirizzato anche da una guerra che cresce in intensità e durezza, senza sapere dove si potrà finire all’interno della logica che persegue la “vittoria militare”)
2- Darsi da fare diplomaticamente per “fare tacere le armi”  ed avviare subito, senza precondizioni, trattative di tregua e poi di pace con l’intervento dell’ONU
3- Non alimentare la corsa al riarmo né convenzionale né tantomeno nucleare. Quindi riduzione delle spese militari e rifiuto di ospitare vecchie e nuove bombe atomiche. Ancor meglio: aderire al Trattato di proibizione delle armi nucleari e comportarsi di conseguenza
4- Non alimentare una guerra economica parallela con quella militare: le sanzioni energetiche alla Russia, in particolare, risulta chiaro che vanno a danneggiare più i popoli che le élites che profittano dalle guerre.
È questo ultimo punto il contenuto più focalizzato dell’appello che ancora sottoponiamo per le adesioni dal titolo:
SALVIAMO LA TERRA – BLOCCHIAMO LA GUERRA
Revochiamo le sanzioni energetiche contro la Russia che ci separano dalla pace. Indirizziamoci invece verso la soluzione negoziata e cooperativa del conflitto!
PACE SIGNIFICA ANCHE PANE!
I primi firmatari sono:
Alfonso Navarra – Antonia Sani - Luigi Mosca - Moni Ovadia - Alex Zanotelli - Angelica Romano - Luciano Benini - Antonino Drago - Antonella Nappi ... e altre/i
Si vada, per leggere il testo al completo, e per sottoscrivere, al link:
https://www.petizioni.com/nonsiamoinguerra-nosanzioni/

La mobilitazione pacifista coordinata invece dalle forze politiche e sindacali subalterne o sensibili alle direttive della sinistra neoliberista atlantica, si è avviluppata in una fumosità di contenuti di cui la massima espressione è stata il 5 novembre 2022 (100mila in corteo senza nessuna rivendicazione rispetto al governo); e pare che si voglia persistere nell'errore di limitarsi ad "auspicare la sperimentazione della via diplomatica" da parte dei coordinatori e nell'acquiescenza passiva per questa  impostazione da parte dei coordinati.

(Una parziale difformità tattica, non nel senso di strategia politica ma quasi di sindacalismo settoriale, sta nelle carovane di Stop the War Now collegate alla campagna per il sostegno agli obiettori sia ucraini che russi).

Noi in particolare il 5 novembre eravamo al corteo solo perché appoggiavamo l'appello di Papa Francesco a "fare chiasso": eravamo convinti che fosse necessario appoggiare dal basso una volontà di mediazione diplomatica da parte della Santa Sede che, in quanto Stato membro dell'ONU, valutavamo seria e credibile.

La nostra iniziativa è stata ed è impostata per costruire un polo attrattivo rispetto ai soggetti che intendono opporsi con coerenza e capacità organizzative alla guerra attivando un dialogo tra "popolo della pace" e "popolo".

Di qui la nostra proposta: non mollare nella vigilanza (nelle sedi istituzionali proprie, non solo nei festival della canzone!) sugli aiuti militari e rilanciare per l’anniversario dell’inizio del conflitto, il 24 febbraio 2022, nuove iniziative nazionali e territoriali, in connessione con quanto si muove con spirito di base autentico e non in direzione buro-mediatica, da "professionista (settorializzato) della pace".

In questo senso non intendiamo aderire alla due giorni di "Europe for Peace" né alla Perugia-Assisi in cui dovremmo, su invito del comitato promotore, trasformarci in "lampadieri notturni".

Il nostro 24 e 25 febbraio lo vediamo in collegamento con il CALP di Genova, che - in una assemblea svoltasi il 28 gennaio, ha lanciato una giornata di mobilitazione nazionale per il 25 febbraio. La linea è "boicottare la guerra a partire da casa nostra" (vedi appello sotto riportato e resoconto dell'incontro redatto da Gregorio Piccin).

Questo approccio locale va sicuramente bene, ma non bisogna dimenticare le campagne generali, da collegare al fronte centrale dell'opposizione alla guerra; e neanche la capacità di premere sul livello politico-istituzionale (includente non solo il Parlamento, ma anche gli Enti Locali) per aumentarne le contraddizioni e per renderlo più ricettivo rispetto alla voce popolare inascoltata.

Nella nostra assemblea on line del 10 gennaio è stata però ricordata la prospettiva dell'accampamento permanente sotto i Palazzi del Potere da parte di migliaia di persone come la forma da perseguire in prospettiva per pensare a una grande trasformazione nonviolenta in senso ecopacifista.

L'esempio da avere in mente è quello degli Indignados in Spagna, di Occupy Wall Street negli USA, dei primissimi Gilet Gialli in Francia, delle Primavere arabe prima maniera (in particolare la rivolta tunisina): una assemblea permanente contro le élites al potere che esprime non una rivolta disperata di pochi individui alla ricerca del gesto con clamore mediatico, ma una ribellione radicale con alto coinvolgimento di giovani partecipanti e occupanti in modo fisico diretto.

La rivoluzione nonviolenta che perseguiamo ha la consapevolezza che l'imperativo è quello di fare la pace con la Natura perché l'impennata delle attività militari e nella corsa agli armamenti è una delle cause principali dell’inquinamento del Pianeta e dell’effetto serra. Di qui la consapevolezza che siamo tutte e tutti aggrediti dalla guerra in quanto "non esistono più guerre giuste".

Non dobbiamo sentirci depressi, impotenti, rassegnati, come ci descrivono le ricerche ISTAT, e darci invece da fare per sollevare gli italiani e gli europei da questi sentimenti pessimisti che portano alla delega, alla depressione, o all'azione solo reattiva; mentre la corsa verso il baratro verso cui ci stanno indirizzando può essere fermata se organizziamo insieme una risposta centrata sulla soluzione del problema. La gente comune, che è attaccata alla vita, condivide - dobbiamo esserne convinti a ragion veduta, ce lo ricordano gli stessi media con l'elmetto sciorinando i loro sondaggi-  i nostri valori fondamentali di "avanguardie calde". Siamo, stando alla terminologia inventata da Alberto L'Abate, in cammino verso la società della pace con le moltitudini "tiepide" che sapremo prima o poi risvegliare e riscaldare...

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Di seguito l’appello del CALP per l'assemblea del 28 gennaio:

Appello per un'assemblea pubblica e una mobilitazione

Negli anni scorsi, nel porto di Genova, una mobilitazione partita dai lavoratori del porto ha impedito l’imbarco di materiale bellico diretto in Arabia Saudita e destinato alla guerra in Yemen. Analoghe manifestazioni a sostegno del blocco del traffico di armi si sono tenute in altri porti europei contro le navi della compagnia saudita Bahri, che rifornisce d’armi e mezzi militari tutto il Medio Oriente. Ma anche mobilitazioni contro produttori di armi, contro la costruzioni di nuove basi militari, contro treni e aerei che oggi riforniscono conflitti accesi per puro interesse economico e geopolitico. Sono conflitti sanguinosi che mietono vittime giornalmente, devastano territori, alimentano la crisi climatica e ambientale, spingono migliaia di persone ad abbandonare i loro paesi per emigrare.
Oggi siamo a un anno dall’inizio della guerra tra Russia e NATO per procura in Ucraina, guerra che non accenna a trovare una soluzione. Uno scontro iniziato nel 2014 da parte dell'Ucraina verso le zone del Donbass, che ha provocato decine di migliaia di vittime di cui nessuno parla, sfociando in un conflitto allargato nel febbraio del 2022 e che oggi rischia di arrivare  ad un escalation nucleare. Il conflitto avviene nel cuore dell’Europa, un conflitto in cui l’Italia è attivamente coinvolta con invio di armi e non solo. Una guerra che ha delle cause che vanno al di là delle cose che vengono propagandate. Una guerra che ci racconta come il capitalismo a guida dell’Occidente e degli USA in particolare sia in profonda crisi che si trasforma in aggressioni militari sempre più aperte. In cui non si esita di fronte a nulla, sacrificando i popoli coinvolti nascondendo però i veri obiettivi, inventando scontri di civiltà laddove esiste innanzitutto uno scontro per l’egemonia economica, per la supremazia mondiale sullo sfruttamento dell’intero pianeta.
Il complesso militare industriale è tra i molti responsabili di questa escalation, quello almeno che ci guadagna di più, agendo in combutta con governi sempre pronti ad approvare politiche di saccheggio sulle risorse naturali in varie zone del mondo.
Governi che nell’Unione Europea agiscono come burattini proni ai diktat USA nell’inviare armi in Ucraina per far continuare il conflitto, armi sempre più potenti (ultima la richiesta dello scudo antimissile). In Italia il Governo Meloni continua la politica “filoatlantista” del Governo Draghi dimostrando che non esiste nessuna possibilità né volontà di disubbidire a una politica sanguinosa e fallimentare anche per lo stesso futuro della UE.
I lavoratori e gli sfruttati di ogni paese non hanno nulla da guadagnare. La guerra non è soltanto un enorme macello per i popoli ma porta con se anche devastazione sociale, tagli di risorse per il lavoro e per il welfare per sostenere le spese militari. Porta ad aumenti delle tariffe che si scaricano sulle popolazioni mentre le speculazioni sui prezzi fanno lievitare i profitti di pochi soggetti economici.  Risorse pubbliche a favore della guerra, tolte a quelle che sono le richieste dei lavoratori come il riconoscimento dei lavori usuranti o gli aumenti salariali in base anche all'aumento dell'inflazione. O come le risorse negate al “reddito di cittadinanza” e la “disoccupazione”. Soldi che vengono meno per la pubblica istruzione o la pubblica sanità.
Fermarli però è possibile cominciando dai nostri territori. Boicottando la guerra cominciando da casa nostra.
Il 28 gennaio alle ore 18:30 al CAP di Genova in Via Albertazzi 3r, come lavoratori del Porto, chiediamo a tutte le realtà di partecipare all'assemblea pubblica per costruire assieme una giornata di mobilitazione a Genova per il 25 febbraio. Chiediamo a tutti i lavoratori e lavoratrici, ai cittadini e alle cittadine, ai sindacati alle organizzazioni sociali, collettivi, centri sociali, alle forze politiche di sostenere questa giornata; una  occasione di lotta contro la guerra e per la pace tra i popoli e tra gli oppressi. Invitiamo tutti e tutte a raccogliere quest’appello

Guerra alla guerra! Pace fra i popoli!

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https://www.pressenza.com/it/2023/01/dockers-calling-per-una-grande-manifestazione-nazionale-a-genova-il-25-febbraio-contro-la-guerra-e-linvio-di-armi/

Dockers calling: per una grande manifestazione nazionale a Genova il 25 febbraio contro la guerra e l’invio di armi

L’assemblea di ieri convocata dal Collettivo autonomo lavoratori portuali (CALP) per organizzare a Genova una mobilitazione nazionale il prossimo 25 febbraio contro la guerra e il traffico di armi ha visto una partecipazione straripante e forse inaspettata. La sala messa a disposizione dal Calp presso il Circolo dell’autorità portuale di Genova non ha potuto contenere le oltre cento persone che hanno partecipato all’assemblea.

Presenti in video conferenza anche gruppi e collettivi da Torino, Padova, e Cagliari. Centri sociali della città come il Zapata (che sta battagliando contro lo sgombero) e l’Askatasuna di Torino si sono alternati negli interventi con esponenti di Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Rete dei comunisti, Unione popolare e di sigle del sindacalismo di base come Usb, molto attive nel contrasto diretto alla “logistica di guerra”.

Tutti hanno confermato l’adesione all’iniziativa del Calp per costruire insieme una grande manifestazione nazionale il prossimo 25 febbraio.

Tra le proposte avanzate l’apertura alle realtà cattoliche di base e il dialogo con chiunque sia contrario all’economia di guerra in cui il governo Meloni, in continuità con Draghi, ha precipitato il Paese aggravando la crisi sociale in atto.

“Siamo maggioranza” è stato detto riferendosi ai recenti sondaggi che vedono il 70% degli italiani contro l’invio di armi all’Ucraina, Leopard compresi.

“Sempre al fianco del Calp” hanno dichiarato gli studenti medi dell’Opposizione studentesca d’alternativa in un applauditissimo intervento in cui hanno ricordato come la militarizzazione nelle scuole passi anche attraverso l’alternanza scuola lavoro presso la sede genovese di Leonardo.

Il coordinamento nazionale porti di Usb (presente oltre che a Genova anche a Livorno e Civitavecchia) ha annunciato uno sciopero generale a copertura della manifestazione.

Condivisa da molti interventi la critica a un pacifismo troppo generico, che non ha il coraggio di affrontare le trasversali responsabilità di guerra del nostro Paese, prima fra tutti l’invio di armi con l’unico effetto di prolungare l’inutile strage.

“Guardarsi allo specchio” e combattere la co-belligeranza dell’Italia è stato infatti il senso comune emerso dalla gran parte degli interventi, anche perché questa belligeranza sta affossando l’economia e viene fatta pagare principalmente a lavoratori e lavoratrici. Intanto il governo non fa nulla per mettere la museruola alle speculazioni sulle bollette che stanno producendo extra-profitti stellari per le multinazionali di bandiera.

Stoccate nel merito anche alla Fiom-Cgil che sulla questione centrale del comparto militare industriale marca uno schiacciamento tendenzialmente corporativo (come del resto le altre sigle confederali) sulle politiche industriali del management, che da Moretti a Profumo hanno trasformato Finmeccanica in una holding dell’hi-tech militare. Nessuna prospettiva alternativa alla trasformazione dell’industria militare in un finanziatissimo pilastro della politica estera italiana. Una contraddizione gigantesca che pesa come un macigno perché il ricatto guerra-lavoro e ambiente-lavoro deve essere spezzato. L’ultimo “brindisi” dei confederali per una grossa commessa militare è peraltro arrivato proprio qualche giorno fa a Palermo, dove è stata consegnata una nave da guerra nuova di zecca realizzata da Fincantieri e consegnata alla marina del Qatar.

Senza il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori dei settori dell’industria e della logistica, cruciali per la belligeranza voluta da un trasversale ceto politico guerrafondaio, il movimento pacifista non sarà mai in grado di imporre un’inversione di rotta.

In questo senso, hanno detto i camalli genovesi, il 25 febbraio sarà allo stesso tempo “proseguimento e tappa di un percorso che viene da lontano”.

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Convegno “Il futuro è NATO?”

Da sabato 4 febbraio alle 10:15 a domenica 5 febbraio 2023 alle 17:30

Castello dei missionari comboniani, via della Missione 12, Venegono Superiore (Va)

Evento di C.s. 28 maggioDonne e uomini contro la guerra – Brescia e Abbasso la guerra

“Le guerre condotte dalla NATO prima contro la Repubblica federale Jugoslava e poi contro la Libia possono essere assunte come l’archetipo della guerra di aggressione terroristica, abilmente coperta sotto le vesti della guerra umanitaria. Si è trattato in realtà di guerre di aggressione dirette a realizzare un progetto neo-imperialistico di egemonia globale sul terreno politico, militare e soprattutto economico.”
Danilo Zolo, 2011

La NATO nei suoi oltre 70 anni di vita ha subito profonde trasformazioni soprattutto nelle sue finalità. E’ nata nel 1949 come “strumento di difesa”, ma non risulta nella storia che qualche Paese NATO sia mai stato aggredito da nazioni belligeranti. A seguito dello scioglimento del Patto di Varsavia (1955-1991) la NATO da “strumento di difesa” dal comunismo inizia una mutazione genetica assegnandosi il compito di “fare fronte a rischi multiformi e multidirezionali”, che infatti portano gli eserciti di molti Paesi del Patto Atlantico in nuove direzioni, in Medio Oriente e Africa, mentre promuove una politica di inclusione dei Paesi ex sovietici.

Qualche anno dopo, nel 1999, la NATO festeggia il suo 50° compleanno bombardando con l’uranio impoverito la Federazione Jugoslava senza alcuna dichiarazione di guerra e al vertice di Washington di quell’anno elabora un nuovo concetto strategico, assegnandosi il compito e il potere di effettuare interventi al di fuori dell’esercizio del “diritto di difesa”, diritto oramai ritenuto obsoleto e insufficiente.

L’argine è ormai aperto e la progressione verso la funzione di “vigilantes mondiale” è sancita nel vertice di Riga del 2006, dove la NATO si attribuisce il compito di “gestire la direzione delle crisi mondiali”, sottraendolo all’ONU, compito confermato nel vertice di Madrid del giugno 2022. Crisi in cui spesso sono coinvolti direttamente i principali Paesi NATO.

L’Unione Europea la segue supinamente, sebbene ne sia vittima in qualche modo. L’Italia segue supinamente entrambe, non solo sostenendo le decine di “missioni di pace” in giro per il mondo, ma anche ritagliandosi il ruolo di Paese belligerante con le forniture di armi all’Ucraina: avvenimento che ha aperto il dibattito sulla costituzionalità della nostra adesione alla NATO, ritenuta dai governi conforme all’art. 11 della Costituzione. Ma tutto ciò è compatibile con un futuro di pace, prosperità, collaborazione tra popoli e Paesi a cui la stessa NATO afferma di voler giungere?

A queste e altre questioni cercheranno di dare risposte e approfondimenti esperti giuridici e politici, militari ed economici in una due giorni che da un lato vuole dare spazio ad una visione generale della tendenza alla guerra e del ruolo della NATO oggi, dall’altro promuovere il necessario confronto tra le realtà che lottano ogni giorno contro la guerra, la militarizzazione dei territori, la corsa al riarmo e le politiche guerrafondaie.

Per informazioni e iscrizioni: abbassolaguerra@gmail.com

sabato 4 febbraio 2023
dalle ore 10:15 alle 17:30,
con pausa pranzo
domenica 5 febbraio 2023
dalle ore 9:30 alle 17:30,
con pausa pranzo
Presso il Castello dei
Missionari Comboniani
via delle Missioni 12,
Venegono Superiore (Va)
//
Saranno disponibili 2 pranzi, una
cena e una prima colazione (per il
pranzo del 4 portare specialità del
luogo di provenienza).
Per il pernottamento saranno disponibili 50 posti letto (portare sacco a
pelo o lenzuola e coperte).
Contributo consigliato per le spese
sostenute:
€10 per il pasto,
€15 per il pernottamento.

PROMUOVONO
Abbasso la Guerra OdV Venegono,
Centro Sociale 28 Maggio Rovato,
ANVUI Associazione Nazionale
Vittime Uranio Impoverito, Donne e
Uomini Contro la Guerra Brescia

CO-ORGANIZZANO
Comitato PACEsubito! Bergamo,
Disarmisti Esigenti Milano, Kinesis
Tradate, LOC Milano, Movimento
Bergamasco e Sindacato ASIA,
Punto Pace di Pax Christi di Tradate,
Rete Varese Senza Frontiere, Sindacato di Base ADL Varese, Tavola
della Pace Val Brembana, Unità
Popolare Valle Brembana
Per adesioni, prenotazioni dei
pernottamenti e per ottenere la
possibilità di seguire online i lavori scrivere a: abbassolaguerra@
gmail.com
PER AGGIORNAMENTI
facebook.com/AbbassoLaGuerra

Relatori
Rossana De Simone
Alex padre Zanotelli (online)
Claudio Giangiacomo
Luigi mons. Bettazzi (online)
Mario Agostinelli
Patrick Boylan

Tematiche
Geopolitica, economia e NATO
Sull’orlo dell’abisso nucleare. La posizione di
Papa Francesco su guerra e armamenti.
Struttura della NATO.
Il rapporto tra NATO-UE e NATO-ONU.
Penetrazione USA e NATO in Italia
Sull’illegittimità costituzionale della NATO
Le campagne militari di NATO ed USA
dal 1991 ad oggi
Campagna “Fuori l’Italia dalla guerra”
La NATO o l’Europa?
Il potere militare della NATO,
evoluzione dei Concetti strategici USA e NATO
Militarismo, ambiente e riscaldamento climatico.
Non c’è più tempo
Guerra, NATO, disinformazione e informazione,
Assange: verità sulle guerre occidentali
Il Rischio nucleare. Evoluzione della postura
Nucleare di USA e NATO. Rapporto con i Trattati
sulle armi nucleari e sul TPNW
Interventi di realtà che si oppongono alla guerra e ai suoi strumenti
Interventi di realtà che si oppongono alla guerra e ai suoi strumenti e dibattito

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No a Zelensky a Sanremo (pressenza.com)

Professori universitari, giornalisti, economisti, artisti e giuristi lanciano una petizione per contestare la partecipazione del presidente ucraino al Festival di Sanremo e promuovono una manifestazione sabato 11 febbraio dalle 10 alle 20 a Pian di Nave a Sanremo.

Testo della petizione:

Fin dagli albori della televisione pubblica, il Festival di Sanremo si è accreditato come la più seguita manifestazione popolare italiana. Milioni di persone seguono lo spettacolo trasmesso in mondovisione dalla Rai. Che piaccia o meno, il Festival rappresenta anche sul piano internazionale un aspetto dell’identità culturale del Bel Paese. L’Italia ha lanciato da Sanremo successi planetari che celebrano la vita, la felicità e l’amore.

Abbiamo appreso perciò con incredulità che, in una delle serate clou dell’evento, presumibilmente sabato 11 febbraio, interverrà Vladimir Zelensky, capo di Stato di uno dei due paesi che oggi combattono la sanguinosa guerra del Donbass. Una guerra terribile, fomentata da irresponsabili invii di armi e da interessi economici e geostrategici inconfessabili, che ha portato il mondo sull’orlo di un olocausto nucleare per la prima volta dopo la crisi dei missili di Cuba. Una guerra che ha ragioni complesse, tra cui il fatto che la Nato sia andata ad “abbaiare ai confini della Russia” (utilizzando le parole di Papa Francesco), oltre alle conseguenze della brutale repressione del governo nazionalista di Zelensky contro la popolazione russofona, soprattutto in Donbass. Una guerra che come italiani abbiamo il dovere costituzionale di “ripudiare”, non soltanto di rifiutare, nel rispetto dell’ Art. 11 Costituzione, ma che invece continuiamo a finanziare, favorendone così in modo diretto e indiretto la letale escalation.

L’Italia non solo invia armi (ed aumenta il budget militare in una fase economica difficilissima per la maggioranza degli italiani), ma lascia che la NATO e gli Stati Uniti utilizzino a loro piacimento il suo territorio, in assenza di qualsiasi forma di controllo governativo, parlamentare e popolare. A causa di questa posizione acritica e supina, l’Italia ha rinunciato a svolgere l’importante ruolo di mediazione geopolitica che corrisponde alla sua vocazione storica, abdicando al contempo al proprio interesse nazionale e al proprio ruolo di fondatrice del processo di unificazione europea, come struttura per assicurare la pace fra le nazioni.

Proprio in queste settimane, mentre la propaganda infuria sui giornali controllati dagli interessi del blocco finanziario che si riconosce nella NATO, è in corso da parte americana la sostituzione dei precedenti ordigni nucleari. Questi già da anni collocati sul suolo italiano (in violazione del Trattato sulla non proliferazione nucleare a suo tempo sottoscritto sia dagli USA che dall’Italia) saranno ora sostituiti con dispositivi di ultimissima generazione, dotati di intelligenza artificiale e piena manovrabilità a distanza. Un’operazione pericolosissima anche nell’immediato, di cui il popolo italiano, che più volte si è espresso contro il rischio nucleare anche civile, è tenuto all’oscuro.

Riteniamo dunque tragicamente ridicolo e profondamente irrispettoso di un’ampia fetta dell’opinione pubblica che non si riconosce nelle politiche militari dei governi Draghi e Meloni il fatto che Zelensky sia invitato a Sanremo. Il dramma oggi in corso nel suo Paese non è altro, infatti, che l’epilogo di un conflitto ben più lungo, quale quello del Donbass, che i maggiori Stati della NATO (quegli stessi cui oggi l’Italia è accodata!) hanno contribuito ampiamente a fomentare, limitandosi ad appoggiare militarmente l’Ucraina, nel corso degli anni.

Come intellettuali abbiamo il dovere di comprendere ciò che avviene dietro le quinte, e ci mettiamo perciò a disposizione per parlare al popolo italiano, che a tal fine invitiamo alla mobilitazione sabato 11 febbraio a Sanremo, per partecipare ad una grande assemblea popolare di piazza. L’Italia deve uscire subito dalla guerra interrompendo ogni aiuto diretto o indiretto a una delle parti in conflitto. L’ Italia non può rassegnarsi a restare un deposito di ordigni nucleari micidiali sotto controllo americano, né luogo di laboratori e centri di ricerca bellici. È necessario liberare il nostro territorio da questa presenza.

Saremo a Sanremo l’11 febbraio per dire al mondo in modo motivato e razionale ma forte e chiaro: Il ripudio della guerra significa ripudio senza se e senza ma. La sovranità può essere limitata solo per assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni (Art. 11 Cost.).

UGO Mattei (Generazioni Future/CLN; giurista, professore universitario)

Manlio Dinucci (Comitato NO NATO NO WAR; giornalista)

Germana Leoni (Comitato NO NATO NO WAR/CLN; giornalista)

Alberto Bradanini (ex ambasciatore)

Franco Cardini (storico, professore universitario)

Carlo Freccero (massmediologo)

Joseph Halevi (economista, professore universitario)

Moni Ovadia (regista, drammaturgo)

Paolo Cappellini (storico del diritto, professore universitario)

Franco Guarino (reporter)

Geminello Preterossi (filosofo del diritto, professore universitario)

Roberto Michelangelo Giordi (scrittore, cantautore)

Alessandro Somma (giurista, professore universitario)

Savino Balzano (sindacalista, saggista)

Anna Cavaliere (giurista, professore universitario)

Thomas Fazi (economista, saggista)

Carlo Magnani (giurista, ricercatore)

Pasquale De Sena (giurista, professore universitario)

Alessandra Camaiani (giurista, ricercatrice)

Gabriele Guzzi (economista, presidente de L’Indispensabile)

Giovanni Messina (giurista, ricercatore)

Giulio Di Donato (filosofo del diritto, ricercatore)

Sara Gandini (epidemiologa, biostatistica, professore universitario)

Simone Luciani (editore)

Sirio Zolea (giurista, ricercatore)

Giorgio Bianchi (giornalista, attivista)

Alessandro Di Battista (politico, giornalista)

Giuseppe Mastruzzo (direttore International University College of Turin)

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Una bozza di lettera al presidente RAI (in discussione tra i DE & partners)

Gentile (CDA? Presidente?) della RAI

La notizia che al Festival di Sanremo interverrà Vladimir Zelensky, capo di Stato del Paese impegnato nella guerra contro la Russia, cosa che consideriamo del tutto sbagliata, e sulla quale chiediamo alla RAI un ripensamento, ci offre lo spunto per le seguenti considerazioni e proposte.

Proprio i vostri TG e le vostre trasmissioni di approfondimento mettono in evidenza che il popolo italiano condivide in maggioranza questi quattro punti:

1- Non rifornire di armi e di aiuti militari l’esercito di Kiev (pur solidarizzando con il popolo martoriato dall’aggressione russa. Ma martirizzato anche da una guerra che cresce in intensità e durezza, senza sapere dove si potrà finire all’interno della logica che persegue la “vittoria militare”)
2- Darsi da fare diplomaticamente per “fare tacere le armi”  ed avviare subito, senza precondizioni, trattative di tregua e poi di pace con l’intervento dell’ONU
3- Non alimentare la corsa al riarmo né convenzionale né tantomeno nucleare. Quindi riduzione delle spese militari e rifiuto di ospitare vecchie e nuove bombe atomiche. Ancor meglio: aderire al Trattato di proibizione delle armi nucleari e comportarsi di conseguenza
4- Non alimentare una guerra economica parallela con quella militare: le sanzioni energetiche alla Russia, in particolare, risulta chiaro che vanno a danneggiare più i popoli che le élites che profittano dalle guerre.

Se si tiene presente che la nostra Costituzione all’art. 11 ci impone di “ripudiare la guerra” e che per di più esiste una legge, la 185/1990, che ci vieta di rifornire di armi i Paesi in guerra, sorge spontanea la proposta.

Non sarebbe giusto dare adeguato spazio a un comitato di esponenti ecopacifisti, con composizione femminile almeno al 50%, ai sensi della risoluzione ONU 1325, che si faccia portatore nelle trasmissioni di proposte consone ad un ruolo di mediazione tra i contendenti che l’Italia potrebbe svolgere nell’ambito internazionale?

Non ci sembra comunque sia rispettare il principio del pluralismo martellare solo la posizione governativa e parlamentare prevalente.

L’opposizione politica dovrebbe potere spiegarsi di più e meglio e soprattutto questa possibilità dovrebbe essere data all’opposizione sociale.

Noi ci mettiamo a disposizione per formare questo comitato ecopacifista coinvolgendo responsabili di associazioni e intellettuali prestigiosi, indipendenti da appartenenze partitiche, senza discriminazione tra i sessi.

Questa proposta potrebbe essere relativa a un evento televisivo collaterale al Festival, magari la stessa data della finale canora dell’11 febbraio. Ma appare chiaro da quanto sopra scritto e argomentato che il comitato che proponiamo dovrebbe avere una funzione permanente almeno per tutto il periodo (ahinoi, si prevede lungo) in cui è in corso il conflitto armato in Ucraina...

comunicato stampa del 20 gennaio 2023

Con preghiera di pubblicazione su siti e blog.

Per adesioni e info: Alfonso Navarra coordinamentodisarmisti@gmail.com - cell. 340-073687 

Sotto riportati: testo sintetico del comunicato, testo completo del comunicato, nota di Marco Palombo, considerazioni sulle "cinque sbandate" che il pacifismo deve evitare, rassegna stampa

OPPOSIZIONE ALLA GUERRA IN UCRAINA

INIZIATIVA DEL "DIGIUNO  DI COERENZA PACIFISTA" (DEDICATO AD ANTONIA SANI) CON PRESIDI DI SENSIBILIZZAZIONE CHE PARTONO NEL 2022 E SI PROLUNGANO NEL 2023

L'impegno è quello di riconvocarsi sistematicamente e costantemente quando il governo e il Parlamento si occupano delle decisioni sugli aiuti militari al governo ucraino. Il 23 e il 24 gennaio 2023 alla Camera si discute e si approva in via definitiva il DL 185/2022. Nella Gazzetta ufficiale del 2 dicembre 2022 appare sotto il titolo: "Disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle Autorità governative dell'Ucraina". Si tratta di estendere a tutto il 2023 il "metodo Draghi", cioè decreti con elenchi secretati del Ministro della Difesa di concerto con Esteri e MEF, a sola conoscenza del COPASIR, sarebbero sufficienti per autorizzare la concessione di aiuti militari in favore del governo ucraino. E', a nostro parere una procedura incostituzionale con illegale deroga alla legge 185 del 1990 sul commercio delle armi.

TERZO PASSO DELLA MOBILITAZIONE 23 - 24 GENNAIO 2023 (dopo quelli del 13 dicembre 2022 e 10-11 gennaio 2023)

23 gennaio dalle ore 10:30 alle ore 13:30

PIAZZA DELLA ROTONDA ROMA, vicino Pantheon

Per connettersi on line al presidio fisico di Roma link sulla piattaforma Zoom:

https://us06web.zoom.us/j/81881699304?pwd=OWh3ZlRrUkRJVUtIYzg1U2ZNNVVoQT09   

Evento su Facebook al link:

https://www.facebook.com/events/870141254107239?acontext=%7B%22event_action_history%22%3A[%7B%22extra_data%22%3A%22%22%2C%22mechanism%22%3A%22surface%22%2C%22surface%22%3A%22create_dialog%22%7D%2C%7B%22extra_data%22%3A%22%22%2C%22mechanism%22%3A%22surface%22%2C%22surface%22%3A%22permalink%22%7D%2C%7B%22extra_data%22%3A%22%22%2C%22mechanism%22%3A%22surface%22%2C%22surface%22%3A%22edit_dialog%22%7D]%2C%22ref_notif_type%22%3Anull%7D

24 gennaio dalle ore 16:00 alle ore 19:00 Assemblea on line: "COME PROSEGUIRE UNA STRATEGIA NONVIOLENTA DI OPPOSIZIONE ALLA GUERRA CON IL “POPOLO DELLA PACE"CHE COINVOLGE IL “POPOLO” TOUT COURT

Abbiamo bisogno di un polo attrattivo CAPACE DI ASCOLTO, DI DIALOGO E DI ORGANIZZAZIONE RISPETTO ALLA VOLONTA' PACIFISTA DELLA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI"

Questo che ora segue è il link alla piattaforma Zoom per connettersi il 24 gennaio:

https://us06web.zoom.us/j/81801691211?pwd=Rm44NUxQRDBDZmRydldlMUoyejVQdz09

Anche per collegarsi al presidio al Pantheon il 23 mattina, dalle ore 10:30 alle ore 13:30, è stato creato un link sulla piattaforma zoom:

Entra nella riunione in Zoom
https://us06web.zoom.us/j/81881699304?pwd=OWh3ZlRrUkRJVUtIYzg1U2ZNNVVoQT09

Con presidi in varie città italiane (Firenze, Trieste, Brescia, Genova, Milano)

Promosso dai Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org) con la collaborazione di WILPF Italia, Europe for Peace, LOC, LDU, Kronos Pro Natura, Il Sole di Parigi, Marcia dei Girasoli-Comiso, Per la scuola della Repubblica, Bimbi svegli, Ban the Bomb, Odissea, Melitea, Rete IPRI-CCP, Radio Nuova Resistenza (e altri gruppi che andranno aggiungendosi). Con l’adesione di COORDINAMENTO NO GREEN PASS di Trieste e del Partito della RIFONDAZIONE COMUNISTA.

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OPPOSIZIONE ALLA GUERRA IN UCRAINA

INIZIATIVA DEL "DIGIUNO  DI COERENZA PACIFISTA" (DEDICATO AD ANTONIA SANI) CON PRESIDI DI SENSIBILIZZAZIONE CHE PARTONO NEL 2022 E SI PROLUNGANO NEL 2023

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TERZO PASSO 23 - 24 GENNAIO 2023  

23 gennaio dalle ore 10:30 alle ore 13:30

PIAZZA DELLA ROTONDA ROMA, vicino Pantheon

(per connettersi on line al presidio fisico di Roma link sulla piattaforma Zoom: 

https://us06web.zoom.us/j/81881699304?pwd=OWh3ZlRrUkRJVUtIYzg1U2ZNNVVoQT09   

Evento su Facebook al link: 

https://www.facebook.com/events/870141254107239?acontext=%7B%22event_action_history%22%3A[%7B%22extra_data%22%3A%22%22%2C%22mechanism%22%3A%22surface%22%2C%22surface%22%3A%22create_dialog%22%7D%2C%7B%22extra_data%22%3A%22%22%2C%22mechanism%22%3A%22surface%22%2C%22surface%22%3A%22permalink%22%7D%2C%7B%22extra_data%22%3A%22%22%2C%22mechanism%22%3A%22surface%22%2C%22surface%22%3A%22edit_dialog%22%7D]%2C%22ref_notif_type%22%3Anull%7D

24 gennaio dalle ore 16:00 alle ore 19:00 Assemblea on line: "COME PROSEGUIRE UNA STRATEGIA DI OPPOSIZIONE ALLA GUERRA "CON IL POPOLO DELLA PACE" CAPACE DI ASCOLTO, DI DIALOGO E DI ORGANIZZAZIONE RISPETTO ALLA VOLONTA' PACIFISTA DELLA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI"

Questo che ora segue è il link alla piattaforma Zoom per connettersi: 

https://us06web.zoom.us/j/81801691211?pwd=Rm44NUxQRDBDZmRydldlMUoyejVQdz09

ID riunione: 818 0169 1211
Passcode: 125981
Trova il tuo numero locale: https://us06web.zoom.us/u/kdpdjNuXLu

con presidi in varie città italiane 

con la collaborazione di WILPF Italia, Europe for Peace, LOC, LDU, Kronos Pro Natura, Il Sole di Parigi, Marcia dei Girasoli-Comiso, Per la scuola della Repubblica, Bimbi svegli, Ban the Bomb, Odissea, Melitea, Rete IPRI-CCP (e altri gruppi che andranno aggiungendosi)

con l'adesione di Coordinamento NO GREEN PASS TRIESTE e di RIFONDAZIONE COMUNISTA 

Digiunatori: Alfonso Navarra, Maria Carla Biavati, Ennio Cabiddu, Cosimo Forleo, Giampiero Monaca, Marco Palombo, Totò Schembari e altri supportanti (Moni Ovadia...) 

Dopo la manifestazione del 5 novembre del "popolo della pace", che, delegando ad una direzione vuota di contenuti, si è limitato ad esprimere sé stesso, si tratta ora, per impulso dei Disarmisti esigenti & partners, di costruire un ponte di dialogo e rappresentanza verso il "popolo italiano" in quanto tale. L'obiettivo è mettersi sul serio "ALL'ASCOLTO DEL POPOLO PER RAPPRESENTARLO". Popolo: ossia la moltitudine degli italiani, 50 milioni di elettori, che, votante o astenuta, non è ascoltata dalle istituzioni parlamentari e governative su quattro punti, conformi ai nostri valori, cui i sondaggi degli stessi media con l'elmetto attribuiscono un orientamento largamente maggioritario: no aiuti militari ai combattenti per non essere coinvolti nel conflitto militare, negoziato subito senza condizioni, no riarmo meno che mai nucleare, no guerra economica mediante sanzioni che oltretutto fanno danni più a noi che al "nemico" russo. Consapevoli di questo dato, abbiamo dispiegato, il 13 dicembre, in Largo Argentina e poi, il 10 gennaio, al Pantheon, lo stesso striscione che, preveggenti, abbiamo portato al corteo del 5 novembre: "NON CI SONO GUERRE GIUSTE (PAPA FRANCESCO). Fermate subito i combattimenti, intervenga l'ONU per negoziare una tregua e prevenire una escalation nucleare. Custodiamo, esseri umani cooperanti, la Terra sofferente. Riconvochiamoci, quando si vota in Parlamento, per protestare contro l'invio di nuove armi all'esercito ucraino".

Quei momenti di riconvocazione sono stati effettivamente messi in atto, continuano e continueranno. 

Il 13 dicembre sono state votate varie mozioni parlamentari, con scambi di favori tra la maggioranza di destra-centro e il PD. Noi eravamo in Largo Argentina a digiunare e protestare.

Il 10 gennaio 2023 alle 16,30, nell' aula del Senato, abbiamo avuto la discussione generale ed il voto per la conversione in legge del decreto 185 del 2 dicembre 2022 che autorizza la cessione di armi all'Ucraina per tutto il 2023. Anche in questa occasione abbiamo proseguito il digiuno ed il presidio del  13 dicembre, stavolta davanti al Pantheon, proponendoci presenti anche per il voto alla Camera e durante tutte le eventuali discussioni nel 2023 sui pacchetti di aiuti militari al governo ucraino.

La discussione e la votazione alla Camera dei deputati, dopo l'approvazione data dal Senato, inizia il 23 gennaio 2023 e decide l'ufficializzazione in via definitiva, il 24 gennaio, il DL 185/2022, cioè la cornice giuridica che proroga il "metodo Draghi" per autorizzare la "cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle Autorità governative dell'Ucraina".

Vanno, a questo punto, ricordate due scadenze importanti, di segno opposto, ma connesse con il contesto bellico, che dobbiamo toccare nei nostri discorsi: il 20 gennaio la riunione dei 40 Stati donatori di armi a Zelensky e il 21 gennaio, secondo anniversario dell'entrata in vigore del Trattato di proibizione delle armi nucleari.

L'appuntamento, il 20 gennaio 2023, del Gruppo di contatto sull'Ucraina alla base NATO di Ramstein, in Germania, è da attenzionare perché sancirà l'allineamento degli Stati europei e di altri vassalli degli USA alle direttive dell'egemone che, con lo scontro Occidente versus Oriente, lanciato dal conflitto ucraino, tenta di mantenere l'ordine unipolare in crisi in tutte le sue articolazioni dimensionali. Si prevede una forte pressione, in particolare su Germania e Italia, perché aumentino gli aiuti militari in fondi e mezzi (missili antimissile e carri armati) e si sbrighino a fornirli. 

L'incontro è preceduto dalla dichiarazione congiunta NATO-UE, firmata il 10 gennaio a Bruxelles, finalizzata a rafforzare la cooperazione tra le due organizzazioni internazionali a partire dal sostegno militare all'Ucraina.  Questa dichiarazione sottolinea l’importanza di "costruire una difesa europea più forte e più operativa, che contribuisca positivamente alla sicurezza transatlantica e globale, e che sia complementare e interoperabile con la NATO". Questo aggettivo "complementare" noi lo interpretiamo in un significato di subalternità.

Il secondo anniversario dell'entrata in vigore del Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW), il 21 gennaio del 2023, ripropone l'assoluta priorità del disarmo atomico nel momento in cui l'escalation nucleare rientra nel novero degli scenari della guerra combattuta in Ucraina.  

L’importanza di questo strumento giuridico, che il governo italiano dovrebbe ratificare, sta nel fatto che proclama l’illegalità della deterrenza nucleare, cioè si va oltre la condanna della minaccia dell’uso, lo stesso possesso degli ordigni atomici è considerato da bandire. Noi consideriamo la preparazione di una guerra atomica molto più di un crimine di guerra: è una presa in ostaggio delle popolazioni minacciate di rappresaglia per “dissuadere” uno Stato ostile da un attacco nucleare. Quindi siamo di fronte a un crimine contro l’umanità, ovvero, di un «genocidio programmato», secondo la fattispecie definita nel 1948 dalla Assemblea generale dell’Onu, accolta nell’art. 6 dello Statuto della Corte penale internazionale firmato a Roma il 17 luglio 1998.   

In Italia continueremo ad insistere per la presentazione di un disegno di legge di ratifica del TPNW. Al di là della approvazione immediata, non alla portata purtroppo di questo Parlamento, riteniamo comunque utile che il tema del disarmo nucleare e del suo rapporto con i rischi bellici, ecologici e sociali, debba fare parte del dibattito nella campagna elettorale per le prossime elezioni europee del 2024.

QUI di seguito maggiori info sulla iniziativa del 23 e 24 gennaio e le considerazioni sui presupposti culturali e politici "centenari" che consentono ai Disarmisti esigenti, per il tramite della LOC membro WRI, di evitare le "sbandate" del pacifismo contingente (spesso burocratico e mediatico) e di essere, con i partner stretti (in primo luogo WILPF Italia), gli unici a proporre proteste di piazza contro le decisioni di invio di armi che coinvolgono l'Italia nella "Guerra grande" con epicentro Ucraina.

Ci teniamo a rimarcare il carattere aperto ed inclusivo della nostra iniziativa. I digiunatori e i presidianti auspicano che, dal 23 e 24 gennaio, una pluralità di iniziative fiorisca declinando, con i valori e le posizioni delle varie componenti dell'arcipelago, diverse impostazioni della esigenza sopra indicata di sintonizzare “popolo della pace” e “popolo”, ciascuna libera di esprimersi con le modalità che ritiene opportune. Occorre intraprendere una discussione su come rendere l'iniziativa di carattere continuativo, tenendo conto del fatto bisogna far sentire, da parte del movimento, il fiato sul collo delle istituzioni tutte le volte che si andrà a concretizzare con pacchetti di aiuti militari la "cornice giuridica" del "metodo Draghi" per tutto il 2023. Cornice giuridica, varata nel CDM del 2 dicembre 2022, che – è stato già ricordato - sarà presto convertita in legge il voto alla Camera. La discussione dovrà inoltre affrontare come possono essere attivate convergenze con altre campagne, ad esempio il sostegno agli obiettori sia russi che ucraini (il fronte bellico andrebbe prosciugato da ambedue i lati) e l'obiezione di coscienza alle spese militari anche come protesta nei confronti della corsa agli armamenti scatenata dallo scenario bellico in cui ci muoviamo.

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Segue nota di Marco Palombo del 19 gennaio 2023

Si è concluso nelle commissioni della Camera Difesa e Esteri l' iter del decreto "Invio armi all' Ucraina".

Sono stati presentati due emendamenti identici, riportati integralmente in fondo al mio post, da Sinistra Italiana e Movimento 5 stelle per far votare l' assemblea prima di ogni singolo decreto ministeriale per autorizzare invio di armi.

 

Dal resoconto della seduta si sa che gli emendamenti sono stati bocciati, che nessuno è intervenuto e che la seduta è durata 10 minuti.  Al link

http://documenti.camera.it/leg19/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2023/01/18/leg.19.bol0046.data20230118.com0304.pdf

Probabilmente ci sarà un voto anche nell' Assemblea prima del voto finale sulla conversione in legge. Al Senato è stato così, ma nessuno è intervenuto, né per dichiarazioni di voto né per illustrare l' emendamento.

 

Nella diretta dal Senato si è sentito solo il numero dell' emendamento, era firmato da entrambi i gruppi mentre qui sono due distinti, ma non è stato detto il suo contenuto. Quindi, anche chi ha seguito tutta la discussione, non ha saputo che cosa chiedesse.

Un voto dovrebbe esserci anche all' Assemblea della Camera. Se così sarà, e dovrebbe essere indicato prima di Lunedì 23 gennaio,

in qualche modo dovremmo chiedere che su questo punto ci sia un dibattito, perché l' emendamento non è di poco conto e non si capisce perché il Pd dovrebbe delegare completamente al governo per tutto il 2023  la decisione di quali e quante armi inviare all' Ucraina.

di seguito gli emendamenti.

DL 185/2022: Disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina. C. 761 Governo, approvato dal Senato.

PROPOSTE EMENDATIVE PRESENTATE 

ART. 1. Dopo il comma 1, inserire il seguente: 1-bis. Ai fini di ogni singola autorizzazione di cui al comma 1 concernente l’invio di armi, il Governo rende preventive comunicazioni alle Camere, che si esprimono mediante la votazione di uno specifico atto di indirizzo per ciascuna cessione. 

* 1.1.Fratoianni.

 Dopo il comma 1, inserire il seguente: 1-bis. Ai fini di ogni singola autorizzazione di cui al comma 1 concernente l’invio di armi, il Governo rende preventive comunicazioni alle Camere, che si esprimono mediante la votazione di uno specifico atto di indirizzo per ciascuna cessione 

 * 1.2. Pellegrini, Lomuti, Baldino, Conte, Gubitosa, Onori.

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CERCARE L’UNIONE VERA CON IL “POPOLO” VIENE PRIMA DELLA UNITA’ VUOTA CHE IL “POPOLO DELLA PACE” HA ILLUSORIAMENTE RAGGIUNTO

Milano 16 gennaio 2023

Nel momento in cui, di fronte alle avanzate sul campo delle truppe di Kiev e alla brutalità – esagerata dai media va bene - del comportamento russo, cresce un senso di colpa e una sensazione che la parte ucraina possa avere ragione (a difendersi militarmente come fa),

ecco i punti caratterizzanti la linea dei DISARMISTI ESIGENTI, dotati di memoria storica per la loro origine ed il loro retaggio “centenario”, che evitano le deviazioni e i deragliamenti del pacifismo congiunturale (spesso burocratico e mediatico), qui di seguito elencati:

1^ “sbandata”

L’opposizione alla Guerra Grande con epicentro Ucraina (scontro neanche tanto mascherato, anche se non ufficiale, tra NATO e Russia) non è vista come la priorità generale di tutti i movimenti sociali alternativi, il processo su cui concentrare la resistenza e agganciare tutte le problematiche settoriali.

La lotta generale dovrebbe invece prevalere sul progetto particolare anche se presentato come “esemplare”, e dovrebbe tendere ad intrecciare i temi del disarmo, dell’ecologia, dell’eguaglianza sociale, della liberazione dall’oppressione culturale.

2^ “sbandata”

L’esprimere sé stessi come gruppo identitario viene a contare di più che non la tensione a rappresentare e unire il “popolo comune” (il concetto di essere realtà distinta come “popolo della pace” è assente ed in ogni caso lo stesso riferirsi ad ampie moltitudini popolari desta fastidio).

Bisognerebbe invece partire dal principio operativo e tattico di “ascoltare e servire il popolo”, della cui spontanea propensione pacifista si ha fiducia, portando avanti innanzitutto quelle istanze che coagulano un orientamento popolare maggioritario ovviamente quando è conforme con i nostri principi. Se possibile, bisogna essere “popolari”, non “populisti”.

3^ “sbandata”

Desiderando chiudere gli occhi di fronte alla realtà pervasiva e comunque schiacciante della guerra, si pretende di poter continuare con le campagne particolari prescindendo dal contesto e ignorando il fronte centrale di opposizione.

Invece disarmo nucleare, riduzione delle spese militari, contrasto al commercio delle armi, etc. andrebbero perseguiti in stretta connessione con la resistenza al coinvolgimento bellico.

Psicologicamente – e questo affligge più gli strati politicizzati che non la gente comune più pragmatica e apparentemente “egoista” - non si realizza il sentimento che la guerra aggredisce direttamente te e il popolo di cui fai parte. Ci si sforza di relegarla a realtà estranea e lontana. La solidarietà, che dovrebbe riguardare anche il proprio contesto di prossimità (gli effetti della guerra devastano con grandi sofferenze anche la comunità in cui si vive), viene in questo modo riservata a situazioni che ci si illude di percepire come lontane dal proprio vissuto quotidiano.

4^ “sbandata”

Si misura il valore dei movimenti e delle loro iniziative solo sul peso mediatico immediato e si sottovaluta la spirale lotta-repressione verso cui cadono i coltivatori disperati del gesto clamoroso (anche al di là dei possibili coccolamenti temporanei)

5^ “sbandata”

L’”unità” con chi si autoproclama come “pacifista” viene vista come valore assoluto e non andrebbe ridiscussa nella sua forma attuale: non si sente la necessità di un polo attrattivo indipendente dell’antimilitarismo nonviolento (che può essere realizzato solo da chi conserva la memoria dell’esistenza di un pacifismo coerente distinto dal “non aderire né sabotare” rispetto alle guerre).

Quando si lavora dentro l’unità d’azione, da realizzare nelle scadenze di lotta con obiettivi chiari e definiti, non bisognerebbe mai dimenticare la necessità di costruire una organizzazione nonviolenta rivoluzionaria, che sia di impulso condizionante verso i soggetti politico-istituzionali e non cinghia di trasmissione di istanze provenienti dalla politica partitica.

Quando si considera il lavoro pratico dei DE, e ci chiede perché ad esempio oggi siano gli unici, fin dal 5 novembre, con la collaborazione di un partner stretto come la WILPF, a proporre di scendere in piazza quando il Parlamento italiano decide per gettare benzina sul fuoco della guerra in Ucraina, si guardi alle cinque “sbandate” che ci sforziamo di evitare nell’impostare e gestire, mossa per mossa,  pensieri, parole ed opere.

Da parte di segreteria LDU, partner LOC, membro WRI, promotrice del progetto politico dei Disarmisti esigenti, alle compagne e ai compagni di cammino.

Contattare: coordinamentodisarmisti@gmail.com - cell. 340-0736871

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MARCO PALOMBO SCRIVE ALLA "CONVERGENZA NONVIOLENTA" IL 17 GENNAIO 2023

In occasione della conversione in legge del DL 185 del 2 dicembre 2022, "Armi all' Ucraina" alla Camera dei Deputati,

per il momento è fissato, già autorizzato ai Disarmisti Esigenti,
un presidio in piazza della Rotonda, davanti al Pantheon,
lunedì 23 gennaio dalle ore 10,30 alle 13,30
Nella mattina di lunedì si svolgerà la discussione generale sul provvedimento mentre le dichiarazioni di voto e la votazione finale avverranno probabilmente martedì 24 gennaio dalle 12 alle 14,30.
Sarebbe auspicabile riuscire ad organizzare la mobilitazione anche per il giorno 24 gennaio, avevamo chiesto alla Questura la piazza per i due giorni ma ci ha autorizzato un solo giorno.
Intanto iniziamo a diffondere la notizia e seguiranno comunicato ufficiale e comunicati.
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RASSEGNA STAMPA

 

Il pessimismo della Nato
“Mosca non vuole trattare”
Parte il pressing su Pechino

Repubblica 19 gennaio 2023

articolo di Claudio Tito

Domani il summit a Ramstein
sulle forniture a Kiev. Usa pronti
a dare l’ok agli attacchi in Crimea
Il Cremlino: “Siete come i nazisti”

Strasburgo — «La Russia non vuole trattare. Il suo obiettivo reale è riprendersi tutta l’Ucraina». La speranza di una trattativa sembra svanire di giorno in giorno. La Nato e gli Alleati occidentali si sono ormai convinti che Mosca non abbia alcuna volontà di mettere in campo un negoziato concreto. E quindi è indispensabile organizzare le contromosse rapidamente. L’Alleanza Atlantica si presenta con questi “report” al
summit che si terrà domani a Ramstein, in Germania. Gli spiragli degli scorsi mesi sono ormai un ricordo.
Sempre più prende corpo la prospettiva di una guerra di lunghissimo periodo. Tanti anni e di “posizione”.
Perché tutto continua a giocarsi sul terreno. Tale è la convinzione dell’impossibilità di trattare che - rivela il New York Times - l’amministrazione Biden si starebbe convincendo della necessità di autorizzare gli Ucraini anche ad attaccare la Crimea. Washington ha sempre considerato la penisola, occupata da Mosca fin dal
2014, parte integrante dell’Ucraina; ma ha sempre messo in guardia Kiev dall’attaccarla militarmente e ha sempre negato le forniture belliche utilizzabili a questo scopo. Ora le cose potrebbero cambiare.
In preparazione del summit di Ramstein, i rapporti che i Paesi dell’Alleanza e i suoi governi si stanno scambiando si concentrano sulla constatazione che Putin sia disponibile a discutere solo se si considerano acquisiti i territori ucraini conquistati, e persino quelli già ripresi da Kiev. Un messaggio che alla fine ha un solo significato: il Cremlino punta a riannettere l’intero Paese.
In maniera effettiva o con l’insediamento di un governo fantoccio. Replicando, insomma, il modello dell’Urss. Accettare questa soluzione è impossibile per gli occidentali.
Sarebbe una resa e un precedente in grado di compromettere gli equilibri democratici in Europa. Intanto da Mosca piovono dichiarazione sempre più infuocate: «La vittoria della Russia è inevitabile – ha sottolineato minacciosamente ieri Putin -: si basa sull’unità del popolo russo, sull’eroismo dei combattenti delle
operazioni speciali, sul funzionamento del complesso militare-industriale». Il presidente russo rovescia sull’Occidente la responsabilità di quanto sta accadendo: «Abbiamo resistito a lungo, abbiamo cercato di raggiungere un accordo, ma ci hanno semplicemente preso in giro, ci hanno ingannati». E il ministro degli Esteri Lavrov è stato ancora più pesante, paragonando gli Usa a Napoleone ma soprattutto a Hitler, «che voleva risolvere definitivamente la “questione ebraica”».
Ogni canale di dialogo, a questo punto, sembra chiuso. Gli unici a mantenere un debole segnale di comunicazione sono i turchi. Ma anche la mediazione di Erdogan viene considerata ormai superata. Sebbene il ministro degli Esteri Cavusoglu sia a Washington per discutere, tra l’altro, l’acquisto di 40 jet F16.
La Nato, quindi, si sta preparando ad affrontare una controffensiva russa a partire da marzo. Mosca metterà in campo altri 500 mila uomini che rappresentano il capitale umano sacrificabile per avanzare in una battaglia di trincea che assomiglia
sempre più ai conflitti del XX secolo. Per questo domani, a Ramstein, uno dei punti principali di discussione sarà come aiutare l’Ucraina e incrementare i rifornimenti bellici. In particolare, dovrebbe essere discusso il “caso Germania”. O meglio il ritardo con cui Berlino sta mettendo a disposizione di Zelensky 15 carri armati Leopard. Mezzi considerati fondamentali in questo tipo di battaglia. Il pressing della Nato e di Washington è ormai intensissimo. Gli “Alleati” si aspettano che il via libera definitivo possa essere dato nelle prossime 24 ore, dopo la nomina del
nuovo ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius. Oggi si terrà anche un incontro tra la Gran Bretagna, la Polonia e i paesi Baltici proprio per esercitare una ulteriore
pressione sul Cancelliere Scholz. Gli stessi inglesi stanno rivedendo l’intenzione di ridurre il numero di carri Challenger 2 da inviare in Ucraina. Anche Londra, insomma, vuole tornare alle forniture integrali. «Daremo a Kiev armi più pesanti e moderne», ha sintetizzato ieri il segretario generale della Nato Stoltenberg.
Resta inoltre la grande paura di un ingresso in guerra della Bielorussia. Mosca e Minsk stanno ormai collaborando senza sosta su quel versante. Una partecipazione diretta diventerebbe il fattore scatenante della degenerazione del conflitto.
In questo quadro la visita del segretario di Stato americano Blinken a inizio febbraio in Cina assume un significato ulteriore. In gioco non c’è solo il tentativo di dare un ordine alle relazioni difficili tra i due Paesi.
Per la Casa Bianca, solo se Pechino stopperà in maniera più ferma il Cremlino si potrà evitare una guerra di lungo periodo.

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L'ombra lunga di una guerra di logoramento

Corriere della Sera 19 gennaio

editoriale in prima pagina di Federico Rampini

Il termine più usato nelle analisi americane sull’Ucraina ormai è attrition o logoramento. Chi stia logorando chi, non è chiaro. Alla Casa Bianca, al Pentagono e al Dipartimento di Stato non sembrano esserci illusioni su una vittoria totale di Kiev o su un negoziato di pace in tempi brevi.
Un paragone inquietante che che comincia ad affacciarsi è con la guerra di Corea, combattuta dal 1950 al 1953, in realtà mai conclusa (ad oggi non esiste un trattato di pace). Anche perché la Russia può ancora chiamare al fronte centinaia di migliaia di riservisti, così come Mao potè schierare sul fronte coreano tre milioni di
soldati; l’inferiorità «demografica» dell’Ucraina pesa. Questo chiama in causa la dimensione degli aiuti occidentali (sempre inferiori alle promesse), e l’efficacia delle nostre sanzioni (l’economia russa soffre meno di quanto prevedessimo).

Se questo conflitto dovesse avere una durata «coreana», anche la nostra tenuta e
i mezzi dispiegati andranno ripensati su un orizzonte lungo. Ne saremo capaci?
Vladimir Putin ha sbeffeggiato quegli esperti «occidentali, e perfino qualche russo, che prevedevano un’economia russa in crollo del 10% o 20%». Stando ai suoi dati il calo del Pil nel 2022 è stato del 2,5%, un arretramento netto ma non catastrofico. Non gli impedisce di pianificare un allargamento delle sue forze armate fino a un milione e mezzo di soldati, cioè cinquecentomila in più rispetto a un anno fa.
La superiorità demografica lo rende fiducioso: la Russia ha tre volte e mezzo la popolazione dell’Ucraina, perciò pensa che a logorarsi per primi saranno gli altri. I dati ufficiali di Putin forse sottostimano l’impoverimento russo. Le sanzioni che contano, quelle contro le esportazioni di gas e petrolio, sono arrivate tardi ma a
dicembre hanno contribuito a un calo del 17% degli introiti energetici di Mosca. Il ruolo della Russia sui mercati mondiali diventa marginale mentre cresce la sua dipendenza dalla Cina.
Perfino la sua influenza in Asia centrale regredisce. I danni che Putin infligge al suo Paese nel lungo periodo diventeranno sempre più drammatici. Ma un regime autoritario affronta il «lungo periodo» in modo diverso da noi. In settant’anni dalla fine della guerra, la monarchia rossa che domina la Corea del Nord ha privato il suo popolo di tutto il benessere e il progresso di cui è stata capace la Corea del Sud. Però la dittatura di Pyongyang è ancora lì, a destabilizzare l’Estremo Oriente con missili e atomiche.

Le lezioni della guerra di Corea sono molteplici, anche per ciò che fecero e non fecero gli Stati Uniti. Nel 1950 erano una nazione stanca di conflitti, molti dei combattenti nel sud-est asiatico erano reduci della Seconda guerra mondiale. Quella sì era una «guerra per procura», con la discesa in campo dell’armata rossa
cinese. Però il generale americano Douglas MacArthur che propose di colpire Pechino fu licenziato in tronco: aveva violato (verbalmente) quel tabù dell’arma nucleare che Putin sembra ignorare.
Oggi le ritrosie dell’Occidente sono superiori ad allora. Il pandemonio dei nostri pacifisti contro le forniture di armi a Kiev ha finito per nascondere la realtà dei fatti: gli aiuti militari procedono con il contagocce, con tali e tante limitazioni che la resistenza ucraina si difende con un braccio legato dietro la schiena. L’ultimo massacro di civili in un palazzo sventrato da un mega-missile russo ci ricorda che la Nato non ha mai preso in considerazione una difesa dello spazio aereo, senza la quale il combattimento è impari, tragicamente asimmetrico. In Germania il governo di Olaf Scholz promise una svolta storica, nuovi investimenti per la difesa, per essere all’altezza della minaccia russa: finora non è accaduto nulla. L’ex ministra della Difesa, passata alla storia per la sua
offerta iniziale di soli elmetti agli ucraini (con
cui proteggersi dai missili russi) ha dovuto dimettersi per manifesta incompetenza. La vicenda dei tank Leopard è una beffa crudele: per mesi Berlino ne ha bloccato la fornitura a Kiev, perfino ad opera di altri Paesi. Domani il neoministro tedesco della Difesa accoglierà nella base aerea di Ramstein un vertice di cinquanta Paesi (Nato e amici) e si vedrà se finalmente vengono sbloccati aiuti in attesa da mesi. Intanto Erdogan vuole rinviare a dopo la sua rielezione l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
È reticente perfino l’America, che i pacifisti a senso unico hanno sempre descritto intenta ad aizzare gli ucraini. In realtà le forniture americane sono ben al di sotto di quanto sarebbe necessario per fermare le stragi. È importante il gesto simbolico con cui il Pentagono accoglie perla prima volta dei soldati ucraini sul proprio territorio, per insegnargli a usare le batterie anti-missili Patriot. Ma per il momento l’America di queste batterie ne fornisce una sola, sulle tante decine di cui dispone Gli Stati Uniti, con una potenza militare
molto superiore agli europei ma dilatata su
troppi Continenti, troppe basi, troppi impegni, soffrono di limitazioni non molto diverse dagli altri Paesi Nato. La loro industria bellica è dimagrita rispetto agli anni della Guerra fredda. Per fornire munizioni a Kiev gli americani «raschiano il fondo del barile», svuotano depositi in Israele e Corea del Sud. Le forze armate ucraine esauriscono munizioni a un ritmo doppio rispetto all’intera produzione dei Paesi
occidentali. Questa è una situazione diversa da quella «guerra per procura», che secondo i filo-putiniani vede un’America che manipola l’Ucraina per dare un colpo all’impero russo.
Biden in realtà procede con una cautela estrema. Il presidente americano ha atteso quasi un anno prima di cominciare ad ammorbidire la sua posizione su un tema cruciale: aiutare le forze di Kiev a colpire anche il territorio della Crimea, che Putin usa come base di lancio per degli attacchi devastanti. La storia forse sarà
severa con la prudenza di Biden, che può aver contribuito alla vulnerabilità della popolazione ucraina.

Ma l’alternativa a Biden che cos’è?
Alla Camera dei deputati la nuova maggioranza repubblicana, ricattata da un manipolo di ultrà trumpiani, minaccia di prendere in ostaggio perfino il bilancio della difesa, pur di fare ostruzionismo contro un presidente democratico.
Quando discutiamo di «logoramento», la prospettiva temporale va corretta. Questa è una guerra esplosa dal 2014 con l’annessione della Crimea da parte di Putin. Lui ha dimostrato di poter sopravvivere al nono anno di conflitto, e alle prime ondate di sanzioni. Una parte degli occidentali sembrano esausti dopo undici mesi, pur avendo sofferto una frazione infinitesimale di quel che subisce il popolo ucraino. Anche i più decisi fra noi sembrano essersi illusi in un «determinismo economico»: siamo talmente più ricchi, e più avanzati tecnologicamente, che la sorte di questo conflitto non può essere in dubbio. I rapporti di forze economici contano ma non sono tutto.
L’esperto militare Michael Kofman, direttore del Dipartimento di studi sulla Russia al Center for Naval Analyses, ricorda che «il potenziale economico può rimanere solo un potenziale, perché trasformarlo in risultato richiede tanta volontà, e le guerre sono una gara di volontà».